lunedì 26 gennaio 2009

Gli autori latini del Tardo Impero Romano (prima parte)

Il periodo in questione, che, secondo Francesco Lambendola, è volgare definire “basso impero”, limitativo chiamare “tardo-antico”, e superficiale additare come “romano-barbarico”, va dalla morte di Marco Aurelio (180 d.C.) alla deposizione di Romolo Augusto (476), con l'appendice dei regni di Odoacre, Teodorico e Amalasunta (535-553), fino ai tempi della guerra greco-gotica, il vero momento di svolta tra antichità e Medioevo. Tre secoli di storia che definiscono un periodo cruciale di passaggio verso l'economia, la società e la cultura medievali.

Dal punto di vista linguistico, questo periodo vede la nascita del latino dei padri della Chiesa, o latino cristiano, con le sue particolarità sintattiche e lessicali. Il latino tardo era una lingua molto meno rigida e conservatrice, aperta ormai all'influsso delle lingue delle numerose popolazioni dell'impero romano e delle tribù dei barbari invasori. Fonetica, morfologia e sintassi erano molto più libere. Si perse gradatamente la distinzione fra vocali lunghe e brevi; i dittonghi vennero generalmente ridotti a una vocale sola; caddero -m ed -n finali di parola. Il sistema dei casi tende a ridursi a due (un caso del soggetto e un caso del complemento), mentre aumenta l'uso delle preposizioni. In molti casi, alle forme sintetiche si sostituirono forme perifrastiche.





La prima età in cui si è soliti suddividere questo periodo è quella di Settimio e Alessandro Severo (fine II sec.-primo trentennio III sec.), nella quale comincia la “democratizzazione della cultura”; è l’epoca dei poetae novelli, come li chiamò Terenziano Mauro, “teorico” del gruppo, a motivo delle novità metriche, una ventina, che introdussero nella poesia latina. Il nuovo stile, richiamandosi esteriormente all’Arcadia, puntava a costruire moduli preziosi su temi semplici e anche futili, riducendo lo spessore dei sentimenti e dei concetti. Il loro più noto rappresentante fu Settimio Sereno. Contemporaneamente Tertulliano sviluppava la sua straordinaria forza polemica contro i pagani e quattro sommi giuristi (Emiliano Papiniano, Domizio Ulpiano, Giulio Paolo, Erennio Modestino) completavano la rifioritura degli scritti giuridici.




GLI AUTORI


Terenziano Mauro

Terenziano Mauro visse, a quanto sembra, verso la fine del II secolo. Il soprannome Mauro fa ritenere che Terenziano fosse originario della provincia della Mauretania. Per quello che si riesce a ricostruire, la sua opera più importante fu il trattato in quattro libri (pervenutoci incompleto) De litteris, de syllabis, de metris ("Lettere, sillabe e metri poetici"), in cui ogni capitolo era scritto nel metro relativo. A questo trattato in versi s’ispirarono molti autori successivi di opere sullo stesso argomento. Le parti considerate più importanti sono quelle sulla metrica, che si basano sull'opera di Cesio Basso, amico di Persio. Da qui provengono le parole di Terenziano che vengono oggi di frequente citate (anche se spesso in modo erroneo): "Pro captu lectoris habent sua fata libelli" (Il destino degli scritti varia secondo il parere dei lettori).


Settimio Sereno

Nato verso la metà del II secolo, probabilmente in Africa, come sembra dimostrare il fatto che il cognome “Serenus” era molto diffuso in Africa e che egli era conosciuto e citato soprattutto da autori africani. Terenzio Mauro, suo contemporaneo, definisce docta la sua prima opera Falisca, con la quale imitava quella omonima di Anniano, e dulcia i suoi Opuscula ruralia, che gli garantirono il successo. Fu inoltre ricordato da scrittori molto più tardi, come Ausonio e Boezio, e da grammatici ed eruditi di ogni tempo. Il suo stile era contrassegnato dalla mirabile varietas metrorum, derivata dall’applicazione della procreatio metrorum teorizzata e applicata già nella precedente età di Nerone. I frammenti superstiti delle sue opere possono dividersi in quattro gruppi: tecnico-rurali, campestri descrittivi, amorosi e polemico-passionali, mitologici.


Quinto Settimio Fiorente Tertulliano

Scrittore latino cristiano, da non confondere con un altro Tertulliano, suo contemporaneo, che si occupò esclusivamente di diritto. Nato a Cartagine prima del 160 da genitori pagani, compì gli studi di retorica e diritto nelle scuole tradizionali imparando il greco. Dopo aver esercitato la professione di avvocato in Africa e poi a Roma, ritornò nella città natale, dove, verso il 195, si convertì al cristianesimo e compose numerosi scritti in lingua latina in difesa della Chiesa contro pagani ed eretici. Molto dotato di cultura filosofica e giuridica, fu il personaggio più in vista della Chiesa africana del suo tempo. Presi gli ordini sacerdotali, adottò posizioni religiose molto intransigenti e verso il 213 aderì definitivamente alla setta dei Montanisti, nota appunto per l’intransigenza e il fanatismo. Tra le sue molte opere, delle quali ci sono pervenuti circa quaranta scritti, ricordiamo l’Apologeticum e l’Ad nationes, composti entrambi nel 197, il De praescriptione haereticorum, di poco successivo, il Liber de spectaculis, l’Adversus Iudaeos, l’Adversus Marcionem, il De anima e il De idolatria. In Tertulliano si nota un distacco progressivo dal cosiddetto latino “classico”, sia dal punto di vista lessicale che sintattico, in direzione di uno stile, accanto a quello di Apuleio, gonfio, enfatico, e sgargiante. Negli ultimi anni della sua vita abbandonò i Montanisti per fondare un gruppo nuovo, quello dei Tertullianisti. La sua morte si data dopo il 230.


Emiliano Papiniano

Nacque in Siria, verso l’anno 150, ed iniziò il cursus honorum sotto Marco Aurelio, sopraggiunto a Settimio Severo, suo intimo amico, che lo nominò praefectus praetorio. Può essere considerato il giurista romano che portò la giurisprudenza pratica ad un livello elevatissimo mai raggiunto prima. Fu condannato a morte, pare, da Caracalla per non aver giustificato l’assassinio di suo fratello Geta. A lui è attribuita la famosa frase "È molto più facile commettere un parricidio che gustificarlo" (non tam facile parricidium excusari posse quam fieri). Frutto della sua feconda attività di giurista sono le numerose Quaestiones (37 libri), i Responsa (19 libri), e le Definitiones (2 libri).



Eneo Domizio Ulpiano

(Tiro, II secolo circa – Roma, 228) Politico e giurista romano, insieme con Emiliano Papiniano, del quale fu funzionario quando quest’ultimo era prefetto del pretorio, e con Giulio Paolo, suo contemporaneo, è considerato uno dei maggiori esponenti della dottrina giuridica romana. A lui, infatti, si deve la formulazione e la sistemazione di molte norme del diritto amministrativo, diritto civile romano dell’epoca, che rimangono tutt’oggi a fondamento del diritto moderno e materia di studio nelle facoltà di giurisprudenza. La sua produzione di testi di diritto romano, circa 280 titoli che dovevano spiccare più per chiarezza che per originalità, è vastissima sia per quanto riguarda il commento giurisprudenziale (importante un suo commento all’editto del pretore) sia per quanto concerne la dimensione manualistica. Le sue opere furono ampiamente impiegate nella redazione del Digesto di Giustiniano. Morì ucciso dagli stessi pretoriani, che mal tolleravano la severità del suo comando.


Giulio Paolo

(Fine II secolo-inizio III secolo) Giureconsulto romano e prefetto del pretorio al tempo dell'imperatore Alessandro Severo. È ricordato per i suoi commenti ad opere di diritto compilate durante la Roma repubblicana. Dopo Eneo Domizio Ulpiano, di cui fu contemporaneo, risulta essere l’autore più utilizzato nella compilazione del Corpus iuris civilis voluto dall'imperatore Giustiniano con l'utilizzo di passi tratti dalle sue 86 opere in 319 libri. In epoca postclassica un adattamento delle sue opere dal titolo Pauli sententiae ebbe grande fortuna e influenzò notevolmente la scienza giuridica del tempo.


Erennio Modestino

Di origine greca, allievo di Ulpiano, visse nella prima metà del III secolo, sotto gli imperatori Severi. Fu prefetto dei vigili notturni e uno dei cinque maggiori giureconsulti classici alle cui opinioni Teodosio il Grande diede autorità di legge. È tra i giuristi classici più frequentemente citati nel Digesto di Giustiniano. Tra le sue opere, rivolte soprattutto all’insegnamento e alla pratica, vanno citati i 19 libri dei Responsa, i 12 libri delle Pandectae, il De excusationibus in 6 libri e in lingua greca perché destinato probabilmente alle province greco-orientali, i 4 libri del De poenis, e le Differentiae in nove libri, oltre ai numerosi trattati, tra cui De praescriptionibus, De manumissionibus, De testamentis e De legatis et fideicommissis.




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lunedì 12 gennaio 2009

I luoghi della memoria: la Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte (BiASA) di Roma

LA STORIA

La Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte ( BiASA) nasce nel 1875 come raccolta di libri annessa alla Direzione degli Scavi e dei Musei (poi delle Antichità e Belle Arti) del Ministero della Pubblica Istruzione, con sede in Piazza della Minerva e a disposizione dei funzionari di quella Direzione. Nel 1914 la Biblioteca, prima trasferita nel Palazzo delle Assicurazioni di Venezia, è messa a disposizione di una cerchia ristretta di studiosi qualificati: una decisione tanto più necessaria, dal momento che, con l’inizio della guerra, il più importante istituto specializzato presente a Roma, l'Istituto Germanico, chiude la sua biblioteca agli utenti italiani.


È nel 1915 che la Biblioteca riceve la sua prima cospicua donazione, quella del principe Fabrizio Ruffo di Motta Bagnara: 15.000 volumi riguardanti l'arte, l'archeologia, i viaggi, il teatro e la letteratura. Nel 1918, per iniziativa di Corrado Ricci, Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti, viene fondato l'Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte, al quale sono attribuiti essenzialmente compiti di documentazione bibliografica e al quale viene destinata la Biblioteca. Nel 1922 la Biblioteca è assegnata ufficialmente all'Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte e trova la sua sede definitiva nelle sale del piano rialzato di Palazzo Venezia; dal 1929 occuperà anche la Torre della Biscia. Sempre nel 1922 riceve in dono un fondo di circa 30.000 volumi da parte dello scrittore napoletano Rocco Pagliara e nel 1929 acquisisce la prestigiosa collezione di Rodolfo Lanciani, ricca di stampe, disegni, manoscritti e appunti autografi di topografia romana. Seguono nel 1930 la donazione dell'orafo Alfredo Castellani, nel 1933 la raccolta musicale di Alessandro Vessella e nel 1934 il lascito di Corrado Ricci. Nell'autunno del 1939, per motivi di sicurezza legati all’imminente entrata in guerra dell’Italia, la Biblioteca è costretta a trasferirsi dalla sede di Palazzo Venezia nella Palazzina degli uffici dell'Accademia d'Italia alla Farnesina, dove rimane fino al 1947.


Nel dopoguerra, in occasione del rientro della Biblioteca nella sede originaria, si procede ad una ristrutturazione degli ambienti, che vengono dotati di scaffalature, ballatoi e soppalchi per permettere la collocazione del patrimonio librario in continuo aumento. Negli anni '50 la Biblioteca riceve in dono il fondo Alfredo Dusmet , quello di Ugo Monneret de Villard, comprendente volumi e opuscoli di archeologia e storia dell'arte orientale e la raccolta Giglioli.Parallelamente all’incremento delle raccolte, i compiti e le finalità della Biblioteca, che inizialmente coincidevano con quelli dell’Istituto, si sviluppano in modo autonomo e peculiare. Mentre l’Istituto assume, già dal 1924, il ruolo di organo di coordinamento e promozione della ricerca, la Biblioteca accentua, il suo carattere di servizio di documentazione nel campo dell'archeologia, della storia dell'arte, dell'architettura e delle arti decorative, rivolto non solo agli specialisti, ma anche agli studenti universitari e ad un pubblico più vasto. Questa nuova connotazione assunta dalla Biblioteca è formalizzata nel 1967 con il suo inserimento tra le biblioteche pubbliche statali (D.P.R. 5.9.1967 n. 1501), che nel 1975 entrano a far parte del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali (Legge 29/1/1975 n. 5). In seguito, nel 1995, alla precedente denominazione di Biblioteca dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte viene sostituita quella attuale di Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte (D.P.R. 5/7/1995 n. 417).


Il nuovo status della Biblioteca comporta, già dal 1967, un aumento della dotazione per gli acquisti mentre, nel corso degli anni ’70, altre donazioni - il fondo Rossi (1971) e il fondo Rusconi (1975) - vanno ad arricchire il suo patrimonio. Nel frattempo, si aggravano le difficoltà legate alla sempre più evidente inadeguatezza degli spazi disponibili, rispetto sia all'incremento delle raccolte librarie che all'aumento dell'utenza. Nel 1985, verificata l'inagibilità della Torre della Biscia, la Biblioteca è costretta a chiudere parzialmente i suoi servizi al pubblico fino al 1990, anno in cui la chiusura diviene totale, per permettere i lavori di ristrutturazione degli ambienti di Palazzo Venezia. Durante l’esecuzione dei lavori, la Biblioteca riesce ad acquisire nuovi spazi, che tuttavia si sono già rivelati largamente insufficienti: nel 1987 la sala Barbo, situata al piano terreno del Palazzo, concessa dalla Soprintendenza ai beni artistici e storici, e nel 1989 la Crociera, all’interno del Palazzo del Collegio Romano, già sede della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.


La Biblioteca riapre al pubblico il 1° luglio del 1993 e nel corso degli ultimi anni concentra i suoi sforzi in direzione dell’automazione delle procedure e dell’ampliamento dei servizi: nel 1998 entra a far parte del Servizio bibliotecario nazionale (SBN), mettendo così il suo patrimonio bibliografico a disposizione anche dell’utenza remota, e parallelamente introduce nuovi servizi (prestito locale e interbibliotecario, consultazione di basi dati, ufficio relazioni con il pubblico) finalizzati ad una più ampia fruizione e valorizzazione delle proprie risorse.



IL PATRIMONIO

Il patrimonio documentario della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte, destinato a supportare la ricerca nel campo dell’archeologia del bacino del Mediterraneo, dalla preistoria al medioevo, e della storia dell’arte occidentale, è ora valutabile intorno ai 370.000 volumi (in gran parte collocati nella sede di Palazzo Venezia e nella sede della Crociera al Collegio Romano), 3.900 testate di periodici, 20.700 unità di materiale grafico (incisioni, disegni, fotografie), 1.500 manifesti teatrali, 66.000 microfiches, 400 cd-rom. Tra i volumi si contano incunaboli , cinquecentine e seicentine, collocati nella Sezione Rari. In questa sezione sono conservati i 19 incunaboli, in 15 volumi, posseduti dalla Biblioteca; tra questi citiamo l'importante trattato De re aedificatoria di Leon Battista Alberti stampato in Firenze nel 1485 e un prezioso e raro esemplare delle Mirabilia Romae in otto carte. Sono inoltre collocate nella Sezione Rari, gran parte (275) delle cinquecentine possedute. La Biblioteca raccoglie inoltre circa 1.600 opere manoscritte e fondi archivistici la cui consistenza supera le 100.000 carte.


A partire dal nucleo originario delle raccolte, corrispondente alla Biblioteca della Direzione delle Antichità e Belle Arti, sono state individuate nel tempo delle linee di forza secondo le quali si sono sviluppate in modo sistematico le collezioni. Hanno preso così consistenza, secondo criteri di coerenza tematica e bibliografica:


Nel campo dell’archeologia, le sezioni contenenti bibliografie e repertori specializzati, monografie di arte antica, atti di convegno, relazioni di campagne di scavo e missioni archeologiche, guide archeologiche, etruscologia, topografia, epigrafia, numismatica. Accanto ai suddetti più pertinenti ambiti disciplinari, sono sorte sezioni di supporto a tali studi nei settori della storia antica, della storia delle religioni, della mitologia, delle fonti letterarie;


Nel campo della storia dell’arte, le sezioni contenenti bibliografie e studi, critica d’arte, monografie su artisti e monumenti, guide, fonti e trattati (XVI-XIX sec.) arti decorative, grafica, cataloghi di mostra (opere relative ad esposizioni tenutesi in Italia e nel mondo dall’ottocento ad oggi), cataloghi di collezioni di musei italiani e stranieri, cataloghi di vendita, atti di convegno.


Accanto a queste raccolte svolge un ruolo fondamentale per gli studi in questo settore la Sezione romana, che contiene una vastissima documentazione sull’archeologia e lo sviluppo delle arti a Roma dalle origini ad oggi.Da segnalare inoltre le preziose raccolte di libri di viaggio e di guide di città italiane e straniere, entrambe ricche di edizioni dei secoli XVI-XIX.




FONTE

Si ringrazia per la fattiva collaborazione la Direzione della Biblioteca, in particolare la dott.ssa Maria Cristina Misiti.

Sito ufficiale: http://www.archeologica.librari.beniculturali.it/

Per contatti: b-asar @ beniculturali.it - Tel. 06 6783034

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lunedì 5 gennaio 2009

IL LATINO L'ITALIANO E L'INGLESE

di Emanuela Emedoro

Nel 146 a.c. l'esercito di Roma finalmente arrivò a Cartagine dopo tre guerre al grido di Carthago delenda est (È nostro dovere distruggere Cartagine). Allora il Console Scipione Emiliano ordinò che fosse sparso sale sulle rovine di Cartagine affinché neppure un filo d'erba crescesse nel luogo dove era fiorita la rivale di Roma. E poi di guerra in guerra, sempre spargendo sangue e sempre vincendo, le armate di Roma diffondevano la latinità, ovvero la lingua, le istituzioni, la legge e la cultura di Roma.


A chi dovesse avere poca o nulla dimesticheza con i manuali di storia, ricordo che a Roma, lungo via dei Fori Imperiali, sul lato destro in direzione dell'Anfiteatro Flavio, meglio noto col nome di Colosseo, ci sono dei pannelli in bianco e nero che rappresentano la diffusione del potere politico di Roma, dalla fondazione dell'Urbe fino alla massima estensione dell'impero che copriva tutto il mondo allora conosciuto.


Nel periodo dell'espansione del potere politico di Roma accadde anche che Graecia capta ferum victorem coepit, ovvero che popoli più evoluti nelle arti, nella filosofia e nelle scienze dessero il loro contributo alla crescita economica e civile dell'impero a cui appartenevano, con la forza del latino come lingua della comunicazione fra popoli diversissimi. Poi si è scritto in Latino per un millennio, fino alla comparsa delle lingue volgari. Scienze e filosofia sono rimaste in Latino ancora a lungo. Il valore unificante del Latino è ancora oggi riconosciuto dalla Chiesa, i cui riti sono in gran parte in Latino.


Oggi dell'impero romano è sparito anche il ricordo, a parte le tracce architettoniche sparse in tutto il mondo occidentale, sostituito da altri imperi. Come fare a difendere l'Italiano, lingua romanza, parlata, anzi storpiata solo da 60 milioni di abitanti e basta, nel confronto con la diffusione massiccia dell'Inglese come lingua unificante del mondo occidentale, dopo la fine della seconda guerra mondiale? È proprio la strettissima derivazione dal latino a fare dell' Italiano una lingua che ha una parziale affinità con l'Inglese, specialmente quello scientifico. L'Inglese odierno è una lingua kingly, royal and regal. Tre termini dallo stesso significato, regale, con qualche differenza d'uso, di cui uno di derivazione germanica, uno di derivazione gallica ed uno proveniente dal latino rex regis. Termini che esemplificano i tre strati presenti nell'Inglese di oggi, germanico, gallico e latino, vivi ed operanti all'interno di questa lingua flessibile, duttile e musicalissima.


Le parole di derivazione latina in lingua Inglese in genere non cambiano il significato originario, es. actor/actress da ago/is, egi, actum, agere. E dunque nessuna paura, per esempio, a tradurre la parola italiana sentimentale con sentimental, che in Inglese esiste con lo stesso significato, e quante altre! Il Latino presente nell'Italiano è un bel salvagente per i traduttori italiani che affrontano la navigazione nelle insidiose acque dell'oceano della lingua anglo-americana.E che orgoglio essere parte di una lingua che ci permette di comunicare con le lingue e civiltà dell'Estremo Oriente.

Dunque difendiamo l'Italiano di oggi all'interno dell'Inglese anziché contro di esso, come figlio del Latino, parte integrante e viva della lingua della civiltà anglo-americana vincente, senza inutili e controproducenti richiami a imperialismi e colonialismi linguistici. Non hanno avuto gli anglo-americani degli ottimi maestri? Ricordiamo sempre quel sale e quel filo d'erba di Cartagine. Con la tecnologia di oggi i nostri illustrissimi antenati che cosa avrebbero fatto!
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