di Raffaele Urraro
Nel terzo libro del Corpus Tibullianum, oltre ad altri componimenti, sono contenuti undici testi poetici in cui si narra l'amore di Sulpicia, figlia di Servio Sulpicio e nipote di Messala Corvino, per Cerinthus, un liberto di origine greca che altri identificano con Cornutus, l'amico di Tibullo. Si tratta di una silloge di poesie composte tutte in metro elegiaco ma facenti parte di due gruppi distinti: cinque, infatti, sono composte per Sulpicia e sei da Sulpicia. In questa sede ci interessano solo i testi di Sulpicia che sono veri e propri epigrammi e sono considerati come dei biglietti d'amore da lei inviati a Cerinto.
La lettura di questi versi rivela una ragazza piena di brio e di volontà di vivere, ma soprattutto indipendente e libera, schietta e sincera nel confessare senza ritegno e senza tabù il proprio amore per il suo innamorato. Se davvero sono di Sulpicia e non sono un gioco letterario, magari confezionato da un poeta del circolo di Messala, che perciò sarebbe il portavoce della giovane, siamo di fronte alla prima poetessa della letteratura latina, colta e raffinata, in possesso dei ferri del mestiere poetico. Infatti i suoi sentimenti d'amore, freschi spontanei e intensi, si inverano un forme poetiche che, pur se denotano un controllo non sempre rigoroso dell'espressione, tuttavia sono la prova di indubbie capacità creative.
E' giunto finalmente il mio amore! (III, 13)

E' giunto finalmente il mio amore:
averlo tenuto nascosto, motivo di vergogna
sarebbe per me, più che se a tutti
l'avessi svelato nella sua nudità.
Sono stati i miei versi a convincere
Venere Citerea a portarlo a me
e a consegnarlo nelle mie braccia.
Venere ha mantenuto le promesse:
e racconti pure la mia gioia chi
si sa che non ne ha fatto esperimento.
Non vorrei a tavolette sigillare
affidare alcune mie parole,
perché nessuno le deve leggere
prima del mio innamorato.
Ma mi piace quest'errore
e disdegno atteggiamenti a virtuosa:
si dirà che sono una ragazza
degna del mio degno amore.
Vorrei guarire, ma per te (III, 17)
Ci tieni davvero, Cerinto,
alla tua ragazza, ché la febbre
la tormenta nel suo corpo malato?
E anch'io vorrei vincere questo male oscuro
se sapessi che anche tu lo voglia.
A che gioverebbe vincere il male,
se tu con cuore indifferente
puoi sopportare che io soffra?
Che errore rifiutarmi a te! (III, 18)
per te la tua calda passione,
come sembra di essere stata
in questi pochi giorni.
In tutta la mia giovinezza
nessuna sciocchezza ho commesso
di cui confessi
di essermi maggiormente pentita
che di averti lasciato solo,
la notte passata,
perché desideravo nascondere a te
(Traduzioni di Raffaele Urraro)

1 commenti:
Sono dei versi veramente belli! Mi piace questa poetessa così spreguidicata. Scuse il mio cattivo italiano... Saluti.
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