giovedì 16 aprile 2009

Il romanzo d'amore di Sulpicia


di Raffaele Urraro


Nel terzo libro del Corpus Tibullianum, oltre ad altri componimenti, sono contenuti undici testi poetici in cui si narra l'amore di Sulpicia, figlia di Servio Sulpicio e nipote di Messala Corvino, per Cerinthus, un liberto di origine greca che altri identificano con Cornutus, l'amico di Tibullo. Si tratta di una silloge di poesie composte tutte in metro elegiaco ma facenti parte di due gruppi distinti: cinque, infatti, sono composte per Sulpicia e sei da Sulpicia. In questa sede ci interessano solo i testi di Sulpicia che sono veri e propri epigrammi e sono considerati come dei biglietti d'amore da lei inviati a Cerinto.

La lettura di questi versi rivela una ragazza piena di brio e di volontà di vivere, ma soprattutto indipendente e libera, schietta e sincera nel confessare senza ritegno e senza tabù il proprio amore per il suo innamorato. Se davvero sono di Sulpicia e non sono un gioco letterario, magari confezionato da un poeta del circolo di Messala, che perciò sarebbe il portavoce della giovane, siamo di fronte alla prima poetessa della letteratura latina, colta e raffinata, in possesso dei ferri del mestiere poetico. Infatti i suoi sentimenti d'amore, freschi spontanei e intensi, si inverano un forme poetiche che, pur se denotano un controllo non sempre rigoroso dell'espressione, tuttavia sono la prova di indubbie capacità creative.



E' giunto finalmente il mio amore! (III, 13)



E' giunto finalmente il mio amore:

averlo tenuto nascosto, motivo di vergogna

sarebbe per me, più che se a tutti

l'avessi svelato nella sua nudità.

Sono stati i miei versi a convincere

Venere Citerea a portarlo a me

e a consegnarlo nelle mie braccia.

Venere ha mantenuto le promesse:

e racconti pure la mia gioia chi

si sa che non ne ha fatto esperimento.

Non vorrei a tavolette sigillare

affidare alcune mie parole,

perché nessuno le deve leggere

prima del mio innamorato.

Ma mi piace quest'errore

e disdegno atteggiamenti a virtuosa:

si dirà che sono una ragazza

degna del mio degno amore.



Vorrei guarire, ma per te (III, 17)


Ci tieni davvero, Cerinto,

alla tua ragazza, ché la febbre

la tormenta nel suo corpo malato?

E anch'io vorrei vincere questo male oscuro

se sapessi che anche tu lo voglia.

A che gioverebbe vincere il male,

se tu con cuore indifferente

puoi sopportare che io soffra?




Che errore rifiutarmi a te! (III, 18)


Possa io, o mia luce, non essere più
per te la tua calda passione,
come sembra di essere stata
in questi pochi giorni.
In tutta la mia giovinezza
nessuna sciocchezza ho commesso
di cui confessi
di essermi maggiormente pentita

che di averti lasciato solo,

la notte passata,

perché desideravo nascondere a te

tutta la passione d'amore.



(Traduzioni di Raffaele Urraro)




1 commenti:

Isabel Romana ha detto...

Sono dei versi veramente belli! Mi piace questa poetessa così spreguidicata. Scuse il mio cattivo italiano... Saluti.