venerdì 21 novembre 2008

NUOVA TRADUZIONE DEL "DE UMBRIS IDEARUM"

Grazie al contributo ricevuto recentemente dagli Editori Musso (vedi pubblicità sulla colonna destra), come staff del sito, abbiamo cominciato a lavorare ad una nuova traduzione del “De umbris idearum” (Le ombre delle idee) di Giordano Bruno, la quale, già nelle prime battute, sembra rivelare particolari finora inediti. Utilizzando i risultati raggiunti dalle più recenti ricerche nel campo della latinità coeva al filosofo nolano, siamo riusciti a precisare meglio il significato d’alcuni termini fondamentali dell’opera e, pare, a scoprire una nuova interpretazione di uno dei passi più famosi di Bruno, che, se confermata da studi successivi, porterebbe a rivalutare, almeno in parte, il pensiero dell’autore.


Abbiamo cercato di conservare, in fase di traduzione, il senso letterale di alcune espressioni, lasciando poi al “diligente e volenteroso lettore”, come lo chiama Bruno, il compito di ricercarne il senso simbolico.


Così, per esempio, il participio presente “implicantibus”, che si accorda nel caso con “umbris”, va reso, proprio perché si riferisce primariamente alle ombre letterali, “coinvolgenti”, o “che coinvolgono”. L’immagine suggerita è quella di ombre che si allungano fino ad “avvolgere” qualcosa, e non quella, a volte indicata nelle traduzioni precedenti, di qualcosa che si limita a “racchiudere” staticamente un’altra. Il passaggio è sottile, ma restituisce al testo la forza della sua originale dinamicità.


Cos’è che le ombre delle idee simbolicamente “avvolgono”, o “coinvolgono”? “artem, Quaerendi, Inveniendi, Iudicandi, Ordinandi, et Applicandi”: l’ “arte”, o “sistema teorico”, di compiere le cinque azioni descritte dai verbi successivi. I primi due gerundi (“quaerendi” e “inveniendi”) vanno evidentemente tradotti contestualmente, così che se l’uno (quaerendi) significa “di ricercare”, l’altro (inveniendi) dev’essere reso “di trovare”. Si noti che sono due azioni consecutive, nel senso che si “trova” ciò che si è precedentemente “cercato”. L’immagine suggerita è quella di un ricercatore di tesori, che, mentre sta attentamente scavando per “ricercare” il tesoro, s’imbatte in un forziere, di fatto “trova” ciò che stava cercando. La prima cosa che fa è aprire il forziere e operare una “stima” o “valutazione” del suo contenuto. Perciò il gerundio successivo (iudicandi) va tradotto “di valutare”, specificando ulteriormente il tipo di “arte” o “metodo” che l’opera illustra. L’azione conseguente alla “valutazione” è “ordinare”, cioè classificare i preziosi ritrovati in base al valore di ciascuno. Resta l’ultimo verbo della serie (applicandi), che richiede qualche altra riflessione.

Poiché è uno di quei verbi che può avere più di un significato, bisogna interpretarlo alla luce dell’uso che Bruno ne fa nella sua stessa opera. Un po’ più avanti nel “De umbris” l’autore utilizza un sostantivo che ha la stessa radice del verbo, per descrivere l’“accostamento” (applicationem, da “applico”) e la successiva “adesione” (contractionem) di una “ruota” all’altra. Dunque l’ultima azione che compie chi trova un tesoro è quella di “accostare” (applicare) un prezioso all’altro di valore simile. Naturalmente Bruno non parla esplicitamente di un ricercatore di tesori, ma l’esempio, consentito dal testo, ci aiuta a capire il senso che lo scrittore intendeva trasmettere.



La frase seguente è:
“Ad internam scripturam, et non vulgares per memoriam operationes explicatis”.

Il participio “explicatis”, sempre riferito alle ombre (umbris), va considerato alla luce del senso letterale prima richiamato e della somiglianza col verbo appena esaminato “applicandi”. Infatti, “applicandi”, ovvero “ad-plicandi”, ha con “explicatis”, ovvero “ex-plicatis”, in comune il verbo “plicare”, piegare, che conferisce il senso di movimento al primo verbo, come già dimostrato, e quindi anche al secondo. Senso di movimento richiamato anche nella frase di cui fa parte il verbo, in particolare dal gruppo semantico composto dalla preposizione “ad” seguita dall’accusativo, che svolge la funzione di complemento di “moto a luogo”, anche se figurato. L’idea è quella di ombre che sono state “estese” (explicatis), o che si sono “allungate”, oltre la superficie, costituita dalle “solite operazioni mnemoniche” (vulgares per memoriam operationes), fino ad una “scrittura interna” (ad internam scripturam), cioè fino a comprendere il senso “riposto” delle cose.




La traduzione dell’intera frase potrebbe essere:
(Ombre) “estese ad una scrittura interna, e non alle solite operazioni mnemoniche”.




Se sostituiamo alle “ombre” letterali ciò a cui fanno riferimento, ovvero le ombre simboliche, che costituiscono il tema dell’opera, ne deduciamo che la frase, posta nel frontespizio della stessa, esprime la volontà dell’autore di indagare oltre le apparenze della realtà per esplorarne le cause “segrete”.



Subito dopo la dedica al re Enrico III di Francia, Bruno scrive una delle sue frasi più conosciute, ma forse anche meno valorizzata:
“Umbra profunda sumus, ne nos vexetis inepti. Non vos, sed doctos tam grave quaerit opus”.

Finora questo periodo è stato tradotto, quasi invariabilmente, nel modo seguente o con parole simili:
“Siamo un’ombra profonda, e voi non tormentateci, o inetti: un’opera tanto importante non si rivolge a voi, ma ai dotti”.

Sulla base di questa interpretazione, si cita spesso la frase “Siamo un’ombra profonda” per indicare che, secondo il Nolano, noi tutti, in quanto esseri umani, non saremmo altro che “ombre”, o riflessi, di una realtà superiore. Tuttavia, come spiegato all’inizio, ci sono ragioni per credere che il senso sia alquanto diverso. Il nocciolo della questione non è la prima frase in sé (Umbra profunda sumus), la cui traduzione (Siamo un’ombra profonda) è grammaticalmente e sintatticamente accettabile, ma quella seguente (ne nos vexetis), che viene comunemente tradotta come un’esortazione (non tormentateci). Pur essendo linguisticamente corretto attribuire al congiuntivo presente “vexetis” valore esortativo, non ci sembra in armonia con il contesto. Se “vexetis” fosse un congiuntivo esortativo, il “ne” che lo precede non sarebbe una congiunzione, ma una semplice particella negativa che introduce una frase indipendente. In tal modo la frase “Umbra profunda sumus” risulterebbe sintatticamente scollegata dalla successiva, fenomeno estraneo al modus scribendi di Bruno. Al contrario, la sua opera è piena di congiunzioni di vario tipo che la rendono un tutt’uno armonico privo di brusche cesure.

Cosa ancor più importante, traducendo la seconda frase in modo indipendente dalla prima, si isola anche semanticamente quest’ultima dal giusto contesto in cui è collocata, così che il senso risulta incompleto. Sussistono invece elementi per ritenere che l’intero periodo sia volutamente compatto. Si notino, ad esempio, alcuni termini delle prime due frasi contrapposti ad altri che si trovano nella terza frase (nos-vos, inepti-doctos) e due aggettivi di significato assimilabile (profunda-grave). La corrispondenza di questi ultimi è assicurata dal fatto che si riferiscono a due concetti simili, l’ombra da una parte (umbra), definita “profunda”, e l’opera dall’altra (opus), detta “grave”. Come si è dimostrato, quest’opera di Bruno può identificarsi, o usarsi scambievolmente, col concetto di ombra, a cui appunto l’opera è dedicata. Guardando le cose da un altro punto di vista, alla coppia di termini delle prime due frasi (profunda-inepti) corrisponde la coppia di termini dell’ultima frase (grave-doctos). Di conseguenza la prima frase (Umbra profunda sumus) è strettamente legata alla seconda (ne nos vexetis), in cui la particella “ne” va intesa come congiunzione e non come il principio di una frase indipendente.

Prima di proporre la traduzione dell’intero periodo, occorre soffermarsi sul significato che Bruno stesso dà all’aggettivo “inepti” contenuto nella prima frase. In una poesia che compare più avanti nell’opera, e che l’autore rivolge ad un ipotetico “artista” (artifici), descrive un pittore “inepto”, incapace di rappresentare in maniera realistica dei galli che vede, che, per non far riconoscere i tratti sbagliati, cioè non corrispondenti al vero, di artista incapace (tractus inepti de inepto artista), fa allontanare i polli dal suo dipinto. In una successiva poesia, dedicata ad un giudice “adatto” (apto iudici), parla di alcuni animali che per natura sono “inadatti” (non aptos) a compiere determinate azioni che sono prerogativa di altri animali o di uomini. Sarebbe, anzi, uno scherzo della natura se per esempio vedessimo, dice, un cane arare i campi o un cammello e un maiale volare! Al di là del senso ironico di questi versi, ciò che ci interessa qui è l’idea trasmessa dall’aggettivo “ineptus”, ovvero di qualcuno che, proprio come quegli animali, per costituzione è “inadatto” ad affrontare qualcosa, o non ne è all’altezza.

Questa immagine come può non riportare alla nostra memoria quel brano del “Candelaio”, altra opera di Giordano Bruno, in cui l’autore menziona “certe ombre dell’idee, le quali in vero spaventano le bestie e, come fussero diavoli danteschi, fan rimanere gli asini lungi a dietro”? In altre parole, “gli asini” simbolici, di cui parla il filosofo, sono persone che non entrano nell’ombra, perché ne sono spaventati e pertanto si sentono “incapaci” di affrontarle.

Tornando al “De umbris”, altri aggettivi che meritano la nostra attenzione sono “grave”, che si trova nell’ultima frase del periodo, e “profunda”, presente nella prima frase. Una poesia che precede la dedica ad Enrico III avverte il lettore della difficoltà dell’opera, paragonata alla statua di Diana a Chio, che mostrava un volto piangente a coloro che entravano nel tempio, ma un volto sorridente a coloro che ne uscivano. Simile a questo l’enigma pitagorico, citato nella stessa poesia, sul “bicornis”, un lato del quale era aspro e repellente, mentre l’altro consentiva prospettive migliori. Gli aggettivi, che in questa poesia, si riferiscono metaforicamente al tema dell’ombra, e quindi all’opera, sono “tristis” (triste), “trux” (truce), e “asper” (aspro). Poiché anche l’aggettivo “grave” si riferisce all’opera (opus), acquista dagli aggettivi precedenti il significato di “gravoso”. E dal momento che, come abbiamo visto, “grave” fa coppia con “profunda”, quest’ultimo aggettivo si carica di un significato simile.

Alla luce del contesto, l’accento nella prima frase non è posto su un indeterminato “noi”, come esseri umani, o sul fatto che saremmo “umbra profunda”, bensì sull’“ombra”, ovvero sull’opera che ne tratta, che è “profunda”, come un luogo impervio, inaccessibile, o un’oscurità così densa, fitta, da risultare “impenetrabile” a coloro che non ne sono “degni”, o all’altezza. Il motivo di quest’espressione è che per loro l’argomento è troppo “grave”, gravoso, da sostenere. Se provassero ad affrontarlo, non potrebbero far altro che “dar fastidio”, o “tormentare”, quelli che “degnamente” se ne stanno occupando, quelli che ne sono “idonei” (“doctos”, contrapposto a “inepti”), con i quali l’autore s’identifica quando dice: “Umbra profonda sumus”. Lo scopo di questa frase è ormai evidente: invitare coloro che sono “incapaci” (inepti), gli “asini”, a non cominciare nemmeno il percorso che l’opera si accinge a proporre. A questo punto sembra chiaro il senso dell’intero periodo, che rendiamo come segue:


“Siamo un’ombra impenetrabile,
(sumus umbra profunda)

affinché non ci tormentiate,
(ne nos vexetis)

voi che non [ne] siete degni.
(ineptis)

Non voi richiede un’opera così gravosa,
(Non vos quaerit opus tam grave)


ma coloro che [ne] sono idonei”.
(sed doctos)


Dicendo questo, Bruno non fa discriminazione. Anche gli “asini”, per natura “incapaci”, possono diventare “idonei” se acquisiscono le necessarie facoltà, di cui l’autore tratta più avanti nell’opera. Come fece l’asino Onorio, descritto nella sua “Cabala del cavallo pegaseo”, che acquisì “due ali”, grazie alle quali riuscì a sollevarsi al cielo. Il risultato è che quelli che restano “incapaci”, essendo scoraggiati dall’aspetto arduo e scostante dell’opera, si fermano sulla “soglia”, ma coloro che ne sono “degni”, o “idonei”, s’immergono nelle profondità delle “ombre delle idee” e ne usciranno con una grande ricompensa. Solo a questi ultimi, si legge più avanti, “si aprirà la porta, l'ingresso e l'entrata [per passare] dalle ombre alle idee”.








Ecco una proposta di traduzione dell’intero frontespizio:

GIORDANO
BRUNO NOLANO
LE OMBRE DELLE IDEE


Che coinvolgono l'arte di Ricercare,
Trovare, Valutare,
Ordinare e Fare accostamenti:

Estese ad una scrittura interna,
E non alle solite operazioni mnemoniche.

DIMOSTRAZIONE

PER ENRICO III, SEREnis[simo] Re
[dei] Francesi e dei Polacchi, ecc.

Siamo un’ombra impenetrabile, affinché non ci tormentiate,
voi che non [ne] siete degni.
Non voi richiede un'opera così gravosa,
ma coloro che [ne] sono idonei.

PARIGI,

Presso Egidio Gorbino, sotto l'insegna della
Speranza, davanti al Collegio
di Cambrai.

1582

CON PRIVILEGIO DEL RE.




In ultima analisi, l’“arte”, che Bruno ci presenta con quest’opera, non è la semplice “espressione artistica” o la “teoria dell’arte”, ma un particolare “metodo”, o “sistema teorico”, una sorta di “chiave universale” di ogni ambito della conoscenza umana, attraverso la quale sarebbe possibile passare dalle “ombre alle idee”, risalendo cioè dall’“apparenza”, dai “fenomeni”, dai “sintomi”, dagli “effetti” alla “realtà” da cui derivano, alle “cause vere”. Se il “De umbris idearum” avesse realmente questa funzione, e se fosse possibile scoprire l’esatta identità di questa “chiave” della conoscenza per mezzo di un accurato lavoro di traduzione, come quello avviato ora, immaginiamo quali risvolti positivi potrebbero crearsi praticamente per ogni campo della ricerca alla prese con problemi apparentemente insolubili. Come staff del sito, ci auguriamo di poter dare un prezioso contributo anche in questo senso.


NEWS:
Stiamo lavorando ad una nuova edizione critica del "De umbris idearum" che speriamo di pubblicare a breve. Per prenotazioni: antichescrittureinedite @ email.it


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