venerdì 30 novembre 2007

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ALCUNI COMMENTI:


Petrus carissimo Plinio S.P.D.

De tuo amore pro latinitate classica et moderna vere miror! Quoque ego illam curo et amo! Romae vivo et iam nonnullos scriptores, praesertim mediae aetatis novaeque, ex aliqua parte inspexi et verti. Hac mea inscriptione electronica ad tuum responsum uti potes! Optime valeas

-Petrus


Apprezzo molto il vostro progetto avendo studiato ed essendomi diplomato al liceo classico.

-Aldo


Le manifesto il più sincero apprezzamento per l'iniziativa ... sono un appassionato di archeologica. Mi faccia sapere come posso rendermi utile.

- Roberto


Sembra interessante l'interpretazione di David King, ma ho trovato anche teorie diverse come quelle di Kenneth Clark, Marilyn Aronberg Lavin, Carlo Ginzburg , Silvia Ronchey. Purtoppo, da poco esperto in materia, credo siano tutte abbastanza valide.... Penso che in fondo non si arriverà mai ad una soluzione , almeno che non salti fuori un documento dell'epoca che riveli la verità sull'opera!

- Emanuele


Questo blog è davvero scritto bene. Complimenti.

- Giovanna Teresa


mercoledì 21 novembre 2007

News: un epigramma latino riaccende il dibattito sulla “Flagellazione”

"Astrolabio" da http://web.uni-frankfurt.de/fb13/ign/Code.htm

Tutto ebbe inizio il 29 marzo 2007, quando la rivista Nature pubblicò una nuova interpretazione della “Flagellazione di Cristo” di Piero della Francesca, basata su codici enigmistici e relazioni matematiche, e non più sull’esame stilistico e sull’analisi del contesto socioculturale. L’autore di questa lettura inedita è David King, direttore dell’Istituto di Storia della Scienza di Francoforte, che l’ha recentemente ribadita nel corso di una conferenza al Palazzo Ducale di Urbino, l’11 ottobre scorso.


Oggetto della discussione soprattutto l’identità misteriosa delle figure ritratte in primo piano, tre uomini vestiti in abiti moderni, sulla quale finora sono state avanzate 40 ipotesi diverse. King e il suo collaboratore Berthold Holzschuh presentano una nuova possibilità interpretativa partendo dall’epigramma latino inciso su un astrolabio costruito nel 1462 da Ioannes Regiomontanus, astronomo viennese al servizio del cardinale bizantino Bessarione. Secondo lo studioso tedesco le imperfezioni metriche del testo e le spaziature irregolari non sono difetti, che per qualcuno dovrebbero far pensare a un falso d’epoca recente, piuttosto artifici voluti per ottenere un codice criptato, un acrostico strutturato su otto colonne che, se sovrapposto alle figure del dipinto, darebbe luogo a una perfetta giustapposizione tra i nomi in colonna e i personaggi ritratti. L’epigramma finisce così per fungere da didascalia.


I cinque uomini dipinti sul lato sinistro e posti in secondo piano sarebbero da identidicare come segue: il potente assiso sul trono corrisponderebbe all’Imperatore Giovanni VIII Paleologo, ad Erode o a Ponzio Pilato. L’uomo flagellato rappresenterebbe Cristo e la Chiesa, ed il personaggio di spalle con il turbante si identificherebbe col sultano Ottomano o di nuovo con Erode. L’uomo che tocca Cristo sarebbe addirittura Giuda Iscariota. Riguardo poi alle tre figure più controverse, l’uomo con la barba rappresenterebbe Bessarione, mentre la figura angelica il giovane Regiomontanus. Infine il dignitario sulla destra potrebbe essere il nobile Giovanni Bacci, il padre di Bernardino Ubaldini, Ottavio, o Ludovico Gonzaga, padre adottivo di Vangelista ed ospite del Concilio di Mantova.


Oltre a questo King fa notare che l’epigramma e il dipinto sarebbero entrambi scanditi da uno speciale rapporto matematico, la cosiddetta “sezione aurea”, per cui, nella sovrapposizione con il dipinto, la prima linea dividerebbe la scena della Flagellazione nel rapporto aureo, mentre la seconda linea passa sulla figura di Bessarione. Sulla base di ciò, il quadro rappresenterebbe tout-court un parallelo tra la Passione di Gesù Cristo e quello che per Bessarione era stato il tradimento di Costantinopoli da parte dell’Occidente. A questa sintesi simbolica tra la passione di Cristo e la caduta di Costantinopoli, come pure tra l’astrolabio e l’opera, tra il cardinale e l’asceta, e tra le due chiese, sembrerebbe alludere il “Convenuntur in unum” che titolava il dipinto.


Gli storici dell’arte in genere hanno accolto con scetticismo la nuova teoria di King, definendola astrusa e priva di fondamenti. Certo, non vi sono prove dirette che Bessarione abbia commissionato la Flagellazione di Piero. Tuttavia i due si conoscevano. In realtà, il cardinale è raffigurato negli affreschi della “Leggenda della Vera Croce” di Arezzo. È anche vero che Piero della Francesca non era apprezzato solo in qualità di pittore, ma anche come eminente matematico. Ha infatti scritto un libro sulla teoria della prospettiva, il “De prospectiva pingendi”, e un “Manoscritto su Archimede” scoperto recentemente (vedi colonna a lato).


Che ne pensate? Quest’ultima affascinante interpretazione è plausibile, veramente basata su osservazioni geniali e su conoscenze inedite, è solo il frutto di una fantasia molto feconda, o serve solo come pretesto per pubblicizzare nuovi libri, come il romanzo sul dipinto di Piero recentemente pubblicato in Italia? Invito i lettori, se non l’avessero già fatto, a documentarsi sulla questione, per poter esprimere un commento consapevole che sarò felice di pubblicare di seguito. Tuttavia, colgo l’occasione per aprire, spero, un dibattito più ampio. Penso, ad esempio, a quelle suggestive teorie sulla costruzione delle Piramidi che chiamerebbero in causa addirittura gli alieni! Ne conoscete altre? Chiedo a voi: sono tutte vuote speculazioni filosofiche, trovate promozionali, o nascondono al loro interno un fondamento di verità magari finora inesplorato?

Se volete farvi una risata, vedete cos’ho trovato sul web: “Hai notato che il rapporto fra le colonne di questo blog è lo stesso della struttura compositiva della Flagellazione di Piero Della Francesca? Nooo? Eh, because… you have not been paying attention!” (http://andreamartines.com/category/corriere-della-sera)

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venerdì 2 novembre 2007

“TRADURRE” UGUALE “TRADIRE” O “TRAMANDARE”?

Paul Valéry, nel suo Discorso sull’estetica, parla dei poeti, i quali vanno nella foresta incantata del Linguaggio “per perdervisi, per inebriarsi di smarrimenti, cercando incroci di significato, echi imprevisti, incontri strani, senza temere né le deviazioni, né le sorprese, né le tenebre”. Questo è l’intricato e affascinante mondo dei significati nascosti nel quale deve calarsi chi si accinge a tradurre un testo latino.

Nel suo libro intitolato Origini della terminologia filosofica moderna (2006), Tullio Gregory insiste sull’importanza sostanziale dell’opera dei traduttori, spesso e ingiustamente relegati in secondo piano per un inveterato pregiudizio sulla non originalità delle loro opera. I traduttori, i cui testi trovano diffusione nelle università a partire dal XIII secolo, sono coloro che rivelano i segreti di un’arcana sapientia e favoriscono la trasformazione e la ‘rinascita’ dell’Europa: è per loro tramite che essa verrà a disporre di un duraturo canone di autori di riferimento.

Tutta la civiltà latina medievale può essere identificata come un processo di acquisizione e interpretazione “non solo delle opere della latinità pagana, ma di culture più lontane – greca, bizantina, araba, per trasferirne i contenuti, e il linguaggio, in nuovi contesti: aspetto non marginale della traslatio studiorum”. Il punto fondamentale è che ogni passaggio da una cultura, da una civiltà all’altra avviene all’insegna di un “trasferire” (trasferre), che è alla base del “tradurre”.
Qui entra in gioco più direttamente il linguaggio come veicolo di idee, ma avendo ben chiaro, come sottolinea Gregory, che “ogni traduzione è interpretazione”. La linea di co-implicazioni del processo elaborativo della terminologia e delle idee è quindi: trasferire-tradurre-interpretare. Avviene così che le traduzioni mettono in crisi e rinnovano orizzonti intellettuali, contribuendo fortemente a “costruire nuovi sistemi” con conseguente mutamento, correlativo, della “concezione del cosmo fisico” e dell’“universo linguistico”.

Da un lato, la traduzione si esercita su un patrimonio culturale e linguistico diverso, proponendo sempre un’interpretazione totale e originale; dall’altro, di fronte a dimensioni speculative ignote, impone “in maniera cogente” la creazione di strutture lessicali idonee a trascrivere l’originale. In altre parole, il testo originale spesso sopravvive e viene rivalutato grazie all’opera, oscura talvolta ma costruttiva, della traduzione.

La poiesis, ovvero il Linguaggio, scrive Aldo Trione ne L’ordine necessario (2001), “si configura fondamentalmente come il compimento di una molteplicità di azioni, talvolta misteriose, quasi sempre imprevedibili”. È “un microcosmo il cui accesso è consentito solo a chi possegga strumenti ermeneutico-magico-simbolici, che portino a scrutare la forma stessa delle lettere, l’universo della parola”. Esige “una strategia della mente che non può muoversi nel segno di mere procedure intellettuali, ma deve, recuperando la magia della parola, penetrare l’oscurità dei contenuti, mettere in moto quel ritmo di infinito che solo il pianoforte verbale può realizzare”.
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