sabato 27 ottobre 2007

News: scoperta una nuova raffigurazione medievale di Stonehenge


Per secoli abbiamo conosciuto solo due raffigurazioni medievali di Stonehenge, la prima delle quali risale al XIV secolo. Una notizia recente riferisce la scoperta di una terza raffigurazione databile al 1440. Mentre si trovava con i suoi studenti universitari alla biblioteca di Douai, a sud di Lille, il prof. Christian Heck ha scoperto un disegno di Stonehenge preceduto dalla raffigurazione del peccato originale, dell’arca di Noè e di una piccolo castello del faraone.

Il testo latino, che accompagna l’illustrazione, recita:

Hoc anno chorea gigantum de hibernia non vi sed arte merlin est derecta apud stonehenge juxta amsbery.

Tradotto suona così: "Quest’anno Merlino, non con la forza, ma con l'arte, ha costruito il cerchio dei giganti, [venuto] dall’Irlanda, a Stonehenge vicino Amesbury".

Il mito di Stonehenge affonda le sue radici nel XII secolo, accennato per la prima volta nel 1130 all’interno della Historia Anglorum di Enrico di Huntingdon. "Nessuno può spiegare", scrisse Enrico, "come le pietre siano state così abilmente innalzate a tale altezza o il motivo per cui siano state erette".
Ti è stata utile questa informazione? Iscriviti alla mailing list: antichescrittureinedite @ email.it

Storie "salvate": "Il Monte Vesuvio e i suoi incendi"

Dipinto di Carlo Bonavia (http://www.vesuvionline.net/)


Un cancelliere francese del XVII secolo, Filippo Huralto, ha in animo di visitare l'area vesuviana per scoprire quali segreti siano all'origine dei fenomeni vulcanici. Il suo amico Audeberto Aurelio lo mette in guardia contro i pericoli di una simile esplorazione e gli fornisce informazioni preziose per la sua ricerca.



La lettera di Audeberto Aurelio a Filippo Huralto, di seguito riportata, è contenuta nel "Trattato del Monte Vesuvio e dei suoi incendi" del 1632, conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli Vittorio Emanuele III - sezione napoletana, beni rari.

“Quando andrai ai corsi d'acqua del pompeiano Sarno, visitando i dintorni altrettanto estesamente frequentati, cerca di guardare in lontananza i terribili incendi del monte Vesuvio, che dal fondo del cratere vomita lontano le ceneri espulse, incandescenti faville di fuoco, vortici di fuoco ondeggiante misto a fumo, frammenti di roccia arsa con zolfo fuso.

Se anche ora, mentre tenti di scoprire la verità e provi ad avvicinarti di più, con fiamme ravvivate si innalza alle stelle, come quando a volte il suo fuoco uguaglia quasi i fuochi dell'Etna, non farti venire, proprio tu, una tale smania di scrutare le cause segrete e i limiti di una natura oscura, da correre inutili rischi e sciupare la tua preziosa vita; al contrario, figlio, tu che sei pratico del pericolo altrui, sii prudente, affinché la spavalderia non danneggi chi è troppo audace; è meglio che tu riferisca le cose udite piuttosto che quelle viste, perché questa enorme ondata di fuoco seppellì Pompei e distrusse Ercolano dalle più basse fondamenta.


Per quale motivo, o Nocera infelice, dovrei aggiungerti, perché aggiungere te, dal momento che Nola, troppo vicina al fumoso Vesuvio, fu infamata dalla precoce morte di Cesare Augusto? (Nola, da te pronunciata prima ed ora detta "campana", un tempo si chiamava con un nome [Nolana Colonia Felix Augustea] derivato da Roma). L'Etna inghiottì Empedocle nelle sue fornaci che spandono fuoco e ricopre Encelado, sepolto dal magma.


Pertanto, se vuoi sapere quale causa produca incendi così grandi, presta attenzione a ciò; ti illuminerò brevemente. Ci sono ancora molti segreti di madre natura di cui vediamo gli effetti ma ignoriamo le cause. Esistono tuttavia [effetti] di cui è possibile investigare anche i segreti più nascosti e verificare con certezza la realtà.

Tutta la terra è stata divisa in spelonche come i nostri corpi sono stati divisi in quelle vie cave che i greci chiamarono "canali".Sia coloro i quali vanno a caccia delle sorgenti di rame sia i fiumi che scorrono sotto i canaletti ostruiti allo stesso modo in cui i "canali" [del corpo] sgorgano frequenti sotto la tenera pelle mostrano chiaramente che la terra ha delle cavità che dalle sorgenti occulte si propagano ovunque.

Così emergono spesso i vapori che esalano dai segreti recessi, si disperdono in alto e, infine, diventano nuvole. Sono state divise in caverne soprattutto le località di mare, ricche di zolfo, fango, rocce, grasso bitume, corrose dalle incessanti onde, ripide sullo scosceso Monte, nelle quali si insinua, nascondendosi in poco spazio, l'aria, che diventa un vento terribilmente impetuoso, penetrando le correnti con smisurata violenza: venti così concepiti, così pieni di polvere, nascono nel ventre [della terra].


Il suolo, violentemente scrollato dai venti, comincia a tremare, scuotendo le città terrorizzate e i suoi tremolanti edifici, finché la resistenza opposta dalle barriere [naturali] non può essere vinta dal vento. Ma appena [i venti], unite le forze, con ostinata insistenza allargano il passaggio impedito ed escono alla luce, irrompono in schiera serrata per dove [il terreno] è più fragile e accessibile, distruggono rumorosamente, assalgono il cielo, ammucchiano la terra, e accumulano monti su monti.


Per esempio, fanno a gomitate per aggiungere sul [monte] Pelio il grande Ossa e sull'Ossa il sommo Olimpo, e, attraverso questi "scalini", salire sui luoghi superiori e cacciare giù dall'alto trono l'invincibile Giove. Da qui deriva quell'antica battaglia, ricordata dai poeti antichi, dei grandi giganti contro gli dèi. Aggiungi che [i venti] lottano racchiusi in un folto turbine, irrompono negli abissi, e attraversano le rocce cave.


Quindi dai movimenti interni scaturisce un fuoco ardente, o, piuttosto, la terra, imbevuta di densa umidità, gradualmente si pietrifica, travolgendo le particelle di una vivace scintilla che, per lo sfregamento delle pietre focaie, spunta dapprima debole dal fondo dei canali [sotterranei]: ma, allorché è ravvivata dal grasso bitume, dallo zolfo, e dal nitro, subito innalza la fiamma alle stelle, alimentandosi dall’interno, finché non divori tutta la massa [combustibile].


Poiché ogni movimento genera e produce calore, [un movimento] discreto suscita [un calore] discreto, ma [un movimento] violento, incendi violenti per tutto il tempo che il furore dura, e, continuando, si rafforza. All'inizio, quando è minimo, sprigiona sudore dal corpo. Che accadrà se la terra, infiammata al di sotto dal calore naturale, vomita le grandi ire del suo petto infuocato?

Come fa di solito la febbre concepita nel corpo umano che col suo fervore brucia fino al midollo le membra malate. Da qui [deriva] la furiosa sete che il Danubio non potrebbe placare. Quindi la lingua corrugata e ricoperta di nera fuliggine. Perciò, il più delle volte, quando il liquido vitale si è del tutto esaurito, gli incendi responsabili di morte dolorosa avvengono in fretta. Le spelonche, per il gran caldo, si arroventano non meno di una favilla ardente, e, non appena un ammasso [infuocato] penetra con fulgore nelle masse di zolfo, segue un orribile tuono; mormora l'alto Olimpo. Le profondità della terra tremano, il mare ribolle, l'aria precipita e i fulmini saltano fuori della bocca del vulcano che vomita fuoco; le viscere mutile del monte eruttante si rivoltano, le ceneri sono emesse con un soffio, vengono scagliati fuori globi di polvere, il cielo è oscurato dal fumo nero. Torrenti di fuoco vivace inondano in lungo e in largo e ogni cosa bruciata dai caldi vapori fuma.

Quindi i cuori timorosi sono turbati e scossi da un terribile tremore, come se la macchina dell'universo, fiaccata, degenerasse ritornando al Caos e al più antico aspetto. Poi, le fiamme penetrate in tutto il corpo si espandono aumentando, mentre i venti infuriano sempre più. Anche se non sembra, tuttavia [il fuoco] trae molta forza dal legno che lo alimenta. Infatti, siccome la terra è vivente e la forza vitale del globo terrestre genera forza vitale quando l'attraversa muovendosi di fuori e di sotto e, agitando la massa, si sparge tutta parte per parte, mediante questa forza la terra sempre crea, nutre e fa crescere, producendola nella misura in cui ne è ricca.


Nel trasformare ogni cosa, consuma le membra più vicine e, rafforzando quelle consumate, si rinnova. Ne deriva la certezza che, dopo una nuova distruzione, torna a ripararsi. Il suolo liquefa, il liquido evapora, e l'aria alleggerita diventa fuoco puro; queste cose si susseguono di nuovo, [ma] all'inverso: infatti, il fuoco condensato si muta in aria limpida, quindi l'aria si condensa in acqua e il liquido in terra. Il ciclo si ripete in modo alterno, anche se disordinato, all'infinito, e genera e produce tutto il resto. Ogni cosa terrena, [che sta] sotto il globo della Luna, vive; senza dubbio nemmeno una briciola di tutto il mondo va perduta.


Come il nostro calore naturale infiammerebbe lo stomaco se non fosse ridimensionato dal liquido [che assumiamo] mangiando e bevendo e che innaffia le membra riarse, così il calore, insieme al liquido della madre terra, dà bevanda e nutrimento al fuoco acceso. Il liquido più vicino allo zolfo interno lo conserva affinché non finisca subito in cenere, bruciato dalle fiamme. Credi che le cose secche, che s’infiammano rapidamente, durino a lungo nell'olio sparso, grasso combustibile che continua a nutrire la splendida vita? In questo modo la massa liquida alimenta le fiamme inestinguibili del Monte nelle tue fornaci, o Vesuvio, oppure nelle tue, o Etna.


Perciò, non appena la costellazione del Leone o il cocente calore di Sirio spaccano le viscere screpolate di un punto della terra, immediatamente l'erba si secca, a meno che non cada una pioggia che risollevi i fiori morenti versando nuove porzioni d'acqua, o le fibre delle radici siano imbevute dell'umidità del suolo, che innaffi i muscoli assetati. Pertanto scoprirai che gli antichi bollori durano nel tempo, [perché] vengono sempre fatti passare attraverso un nutrimento che per sua natura si rinnova, se è pur vero che, mancando questo, il fuoco diminuisce. Al contrario, i nuovi combustibili di rado assicurano il fuoco che è stato acceso la prima volta in forni umidi. Così, i cambiamenti avvengono naturalmente, così [la pioggia] rinnova le cose morenti, e così provvede abbondantemente nuovi macigni, fango molle, zolfo e bitume liquido, alimenti eterni del fuoco che, furibondo nel vento impetuoso, contrappone masse [infuocate] e le scaglia nel cielo.

Meglio se lo osservi di notte, poiché di notte la sua fiamma è splendente; il fumo appare in una luce solare, e per la precisione tale luce è un po' meno forte della luce del Sole. Così, tutto lo splendore delle stelle tramonta per favorire la sua ascesa. Fa altrettanto la lucciola che scintilla brillando nelle tenebre. Considera che la sorgente, la fornace di fuoco ardente, e il bollore dello zolfo, allorché si manifestano, fuoriescono da una sola bocca. Ecco perché il fuoco divora così rapidamente. E quindi, spuntando dalle viscere ignote, inghiotte chi desidera conoscere le cause segrete e preferisce istruirsi per scrivere la storia della natura e scoprire le ragioni oscure anziché evitare la morte. Quanto sono pericolose e terribili le cose occulte!”
Ti è stata utile questa informazione? Iscriviti alla mailing list: antichescrittureinedite @ email.it.
N.B.: LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE, DEL CONTENUTO DI QUESTO POST È SUBORDINATA AL VERSAMENTO DEL CONTRIBUTO RICHIESTO.
OGNI ABUSO POTRÀ ESSERE PERSEGUITO PENALMENTE.

giovedì 25 ottobre 2007

Alla ricerca dell’iscrizione perduta


L'epigrafia latina si occupa di studiare tutte le iscrizioni in lingua latina che ci sono pervenute direttamente dall'età antica, a differenza delle fonti letterarie, tramandate indirettamente, attraverso la mediazione dei copisti medievali, ed oggetto di studio della filologia, ad eccezione degli scritti su papiro che sono campo di indagine della papirologia. Gli scritti che compaiono sulle monete sono invece studiati dalla numismatica, sebbene il tipo di scrittura capitale (cioè maiuscola, per intenderci) e le abbreviazioni siano del tutto simili a quelle che incontriamo nelle epigrafi.

I primi secoli dell’Alto Medioevo sono il periodo in cui la produzione di epigrafi tocca in Europa il più basso livello dal punto di vista quantitativo e qualitativo. Le iscrizioni altomedievali (secoli VI – VIII) sono di carattere prevalentemente funerario o commemorativo in relazione ad attività ecclesiastiche (consacrazione di chiese, di altari ecc.). Fanno eccezione le epigrafi funerarie per i sovrani e i grandi feudatari laici; ma anche queste epigrafi erano comunque progettate da ecclesiastici.

L'età carolingia (secolo IX), che nei manoscritti assiste alla nascita della minuscola carolina, diede i suoi frutti anche nei testi scritti sulla pietra; ma fu solo una parentesi. Per giungere a un vero rinnovamento dell'epigrafia (sia da un punto di vista tecnico sia 'politico') bisogna attendere fino alla seconda metà dell'XI secolo, quando si avvia un processo di normalizzazione e ricerca dell'eleganza formale fondato sull’imitazione dei modelli dell’antichi.

Con l’avanzare del XII secolo c’è una sempre maggiore ricerca di eleganza: lettere perlate, raddoppiamento dei tratti, lettere fiorite. Nei secoli XIII e XIV le onciali progressivamente vanno a occupare una posizione dominante il panorama scrittorio ed è sempre più frequente trovare nelle epigrafi laiche lo stemma di famiglia. A partire dal XIV secolo fa la sua comparsa in Germania la scrittura gotica che scompone le curve in una serie di tratti diritti. In Italia (e a Roma in particolare) la scrittura gotica è rara; a essa si preferisce la scrittura umanistica, che ritrova la maiuscola dell’antichità classica.

Per comprendere il significato delle molte epigrafi che si trovano ancor oggi sulle facciate dei monumenti storici, occorre a volte per prima cosa decifrare accuratamente le abbreviazioni e, dopo la lettura del testo decodificato, contestualizzarlo all’interno dell’ambiente sociale, economico e culturale in cui le epigrafi sono state prodotte.


Ti è stata utile questa informazione? Iscriviti alla mailing list: antichescrittureinedite @ email.it.

mercoledì 24 ottobre 2007

I luoghi della memoria: la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Farfa




L'origine della biblioteca farfense risale molto probabilmente ai secoli V-VI, anche se la sua presenza è attestata solo nella seconda metà del VIII secolo, quando l'abate Alano, come ricorda esplicitamente il Chronicon Pharphense, raccolse molti codici, dei quali purtroppo resta ben poco. Gli abati successivi incrementarono sempre più la biblioteca. Agli inizi del IX secolo è ricordato dalla Constructio Pharphensis l'abate Benedetto (m. 815) come “sagacissimus” nell'arricchire di codici il patrimonio monastico. Durante il X secolo, in particolare con Pietro I (abate dall’890 al 919), la biblioteca raggiunge il suo primo grande splendore.

Ma dopo sette anni di resistenza agli assalti dei saraceni, evidentemente attratti dalla fama dei tesori dell'abbazia, nell'anno 898 Pietro è costretto ad evacuare il monastero. I monaci vengono divisi in tre gruppi e fuggono verso destinazioni diverse; il gruppo condotto dallo stesso abate si rifugia nelle Marche sul Monte Matenano, in un castello che prenderà poi il nome di S. Vittoria. Solo i libri più preziosi, trasferiti da un gruppo di monaci durante l’evacuazione, sfuggono all’incendio che di lì a poco distruggerà il monastero. Purtroppo, alla morte di Pietro (919), un monaco usurpatore di nome Ildebrando non esita a saccheggiare i codici così fortunosamente salvati dal predecessore.

Nel X secolo, col ritorno a Farfa, i monaci cominciarono a ricomporre la biblioteca nella sua sede, riuscendo anche a recuperare molti dei manoscritti trafugati o dispersi.Ma la vera rinascita si ebbe con l'abate Ugo I, che arricchì la biblioteca di molte sue opere e diede notevole impulso all’attività dello scriptorium, con la quale furono prodotti, nella scrittura nota come romanesca farfense, la maggior parte dei codici giunti fino a noi.

Da un elenco di libri che venivano dati in lettura ai monaci risulta che nell'XI secolo la biblioteca era costituita, oltre che da opere di carattere religioso, anche da testi di argomento storico, e che tutti gli autori più conosciuti nell'alto medioevo vi erano rappresentati, oltre a molti poco conosciuti o addirittura ignoti.

Con il passaggio da Abbazia Imperiale a dominio diretto della Curia romana dopo il Concordato di Worms e la conseguente nomina di abati commendatari, nel corso del XII secolo preziosi codici vengono venduti da abati poco scrupolosi, altri vengono sottratti, altri ancora vengono asportati da monaci che si rifugiano presso altri monasteri.
Da quest'epoca e fino agli inizi del ‘900 il patrimonio librario si disperde tra biblioteche pubbliche e privati. Ma nel 1920, grazie all'interessamento del Prof. Camillo Scaccia Scarafoni della Regia Soprintendenza Bibliografica di Roma, furono recuperati circa 6000 volumi, tra cui alcuni di particolare valore, incunaboli, di carattere ascetico-religioso, e cinque edizioni cinquecentine.

Una prima catalogazione sommaria del patrimonio librario, effettuata nel 1943 dall'abate don Basilio Trifone, evidenziò l’esistenza di 10.300 volumi, un centinaio di riviste ed una cinquantina di miscellanee.La biblioteca, insieme con altre dieci in Italia, fa ora parte della speciale categoria di Biblioteche annesse ai Monumenti Nazionali. L'inaugurazione ufficiale avvenne il 9 febbraio 1964.



La prossima volta che vai in biblioteca e trovi un testo in latino, segnalacelo.
Potrebbe essere un’altra “storia” inedita da “salvare”!
Ti è stata utile questa informazione? Iscriviti alla mailing list: antichescrittureinedite @ email.it.

martedì 23 ottobre 2007

Domanda: a quale genere di rischi sono esposti i testi nelle biblioteche?

Risposta:

Le proprietà chimico-fisiche del supporto cartaceo, unite all’azione corrosiva di inchiostri acidi e a quella non meno invasiva di veri e propri “predatori”, come tarli, termiti e roditori, determinano nel tempo un progressivo deperimento del patrimonio librario.

Recentemente i ricercatori stanno sperimentando nuove metodiche per il recupero fisico dei testi gravemente danneggiati e, laddove possibile, per prevenire il danneggiamento irreversibile di quelli ancora intatti. Comunque, nella maggioranza dei casi, il tempo resta il nemico numero uno di libri e pergamene.

Da qui la necessità, prima che sia troppo tardi, di “salvare”, se non il supporto fisico, perlomeno il contenuto di tale importantissimo patrimonio culturale.
Ti è stata utile questa informazione? Iscriviti alla mailing list: antichescrittureinedite @ email.it.

Domanda: quanti sono i testi latini inediti o non ancora tradotti?

Risposta:

A parte i circa 600 scritti latini di epoca classica conosciuti, di cui esistono attualmente banche dati esaurienti (http://www.packhum.org/phi), la maggioranza dei 18000 recensiti di epoche successive, anche laddove risultino editi in latino, non lo sono tuttavia in lingua moderna.

Studi recenti nel campo della latinità medievale e moderna (http://www.ricercaitaliana.it/prin/dettaglio_completo_prin-2005108442.htm), considerata in un arco cronologico compreso tra i secoli VI e XVI, hanno evidenziato l’esistenza di un repertorio di almeno 10.000 scrittori.

Altre ricerche (http://www.sba.unifi.it/ac/relazioni/gamberini_ita.pdf) hanno individuato un patrimonio bibliografico specialistico, dall’epoca classica a quella umanistica, in lingua latina e volgare, che conta addirittura più di 110.000 unità, gran parte delle quali ancora inedita.
Dag Norberg, filologo, ex rettore dell’Università di Stoccolma, nel suo Manuale di latino medievale (1999) scrive: “Lo studio della lingua latina del Medioevo è ancora ai suoi inizi. […] La letteratura del medioevo non è mai stata vagliata. La sua ampiezza è enorme, e la maggior parte di questa è stata studiata in modo superficiale, molti campi restano ancora sconosciuti. […] È un compito urgente e fruttuoso quello di cominciare lo studio di una materia così poco esplorata”.
Ti è stata utile questa informazione? Iscriviti alla mailing list: antichescrittureinedite @ email.it.