Paul Valéry, nel suo Discorso sull’estetica, parla dei poeti, i quali vanno nella foresta incantata del Linguaggio “per perdervisi, per inebriarsi di smarrimenti, cercando incroci di significato, echi imprevisti, incontri strani, senza temere né le deviazioni, né le sorprese, né le tenebre”. Questo è l’intricato e affascinante mondo dei significati nascosti nel quale deve calarsi chi si accinge a tradurre un testo latino.
Nel suo libro intitolato Origini della terminologia filosofica moderna (2006), Tullio Gregory insiste sull’importanza sostanziale dell’opera dei traduttori, spesso e ingiustamente relegati in secondo piano per un inveterato pregiudizio sulla non originalità delle loro opera. I traduttori, i cui testi trovano diffusione nelle università a partire dal XIII secolo, sono coloro che rivelano i segreti di un’arcana sapientia e favoriscono la trasformazione e la ‘rinascita’ dell’Europa: è per loro tramite che essa verrà a disporre di un duraturo canone di autori di riferimento.
Tutta la civiltà latina medievale può essere identificata come un processo di acquisizione e interpretazione “non solo delle opere della latinità pagana, ma di culture più lontane – greca, bizantina, araba, per trasferirne i contenuti, e il linguaggio, in nuovi contesti: aspetto non marginale della traslatio studiorum”. Il punto fondamentale è che ogni passaggio da una cultura, da una civiltà all’altra avviene all’insegna di un “trasferire” (trasferre), che è alla base del “tradurre”.
Nel suo libro intitolato Origini della terminologia filosofica moderna (2006), Tullio Gregory insiste sull’importanza sostanziale dell’opera dei traduttori, spesso e ingiustamente relegati in secondo piano per un inveterato pregiudizio sulla non originalità delle loro opera. I traduttori, i cui testi trovano diffusione nelle università a partire dal XIII secolo, sono coloro che rivelano i segreti di un’arcana sapientia e favoriscono la trasformazione e la ‘rinascita’ dell’Europa: è per loro tramite che essa verrà a disporre di un duraturo canone di autori di riferimento.
Tutta la civiltà latina medievale può essere identificata come un processo di acquisizione e interpretazione “non solo delle opere della latinità pagana, ma di culture più lontane – greca, bizantina, araba, per trasferirne i contenuti, e il linguaggio, in nuovi contesti: aspetto non marginale della traslatio studiorum”. Il punto fondamentale è che ogni passaggio da una cultura, da una civiltà all’altra avviene all’insegna di un “trasferire” (trasferre), che è alla base del “tradurre”.
Qui entra in gioco più direttamente il linguaggio come veicolo di idee, ma avendo ben chiaro, come sottolinea Gregory, che “ogni traduzione è interpretazione”. La linea di co-implicazioni del processo elaborativo della terminologia e delle idee è quindi: trasferire-tradurre-interpretare. Avviene così che le traduzioni mettono in crisi e rinnovano orizzonti intellettuali, contribuendo fortemente a “costruire nuovi sistemi” con conseguente mutamento, correlativo, della “concezione del cosmo fisico” e dell’“universo linguistico”.
Da un lato, la traduzione si esercita su un patrimonio culturale e linguistico diverso, proponendo sempre un’interpretazione totale e originale; dall’altro, di fronte a dimensioni speculative ignote, impone “in maniera cogente” la creazione di strutture lessicali idonee a trascrivere l’originale. In altre parole, il testo originale spesso sopravvive e viene rivalutato grazie all’opera, oscura talvolta ma costruttiva, della traduzione.
Da un lato, la traduzione si esercita su un patrimonio culturale e linguistico diverso, proponendo sempre un’interpretazione totale e originale; dall’altro, di fronte a dimensioni speculative ignote, impone “in maniera cogente” la creazione di strutture lessicali idonee a trascrivere l’originale. In altre parole, il testo originale spesso sopravvive e viene rivalutato grazie all’opera, oscura talvolta ma costruttiva, della traduzione.
La poiesis, ovvero il Linguaggio, scrive Aldo Trione ne L’ordine necessario (2001), “si configura fondamentalmente come il compimento di una molteplicità di azioni, talvolta misteriose, quasi sempre imprevedibili”. È “un microcosmo il cui accesso è consentito solo a chi possegga strumenti ermeneutico-magico-simbolici, che portino a scrutare la forma stessa delle lettere, l’universo della parola”. Esige “una strategia della mente che non può muoversi nel segno di mere procedure intellettuali, ma deve, recuperando la magia della parola, penetrare l’oscurità dei contenuti, mettere in moto quel ritmo di infinito che solo il pianoforte verbale può realizzare”.
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