
L'origine della biblioteca farfense risale molto probabilmente ai secoli V-VI, anche se la sua presenza è attestata solo nella seconda metà del VIII secolo, quando l'abate Alano, come ricorda esplicitamente il Chronicon Pharphense, raccolse molti codici, dei quali purtroppo resta ben poco. Gli abati successivi incrementarono sempre più la biblioteca. Agli inizi del IX secolo è ricordato dalla Constructio Pharphensis l'abate Benedetto (m. 815) come “sagacissimus” nell'arricchire di codici il patrimonio monastico. Durante il X secolo, in particolare con Pietro I (abate dall’890 al 919), la biblioteca raggiunge il suo primo grande splendore.
Ma dopo sette anni di resistenza agli assalti dei saraceni, evidentemente attratti dalla fama dei tesori dell'abbazia, nell'anno 898 Pietro è costretto ad evacuare il monastero. I monaci vengono divisi in tre gruppi e fuggono verso destinazioni diverse; il gruppo condotto dallo stesso abate si rifugia nelle Marche sul Monte Matenano, in un castello che prenderà poi il nome di S. Vittoria. Solo i libri più preziosi, trasferiti da un gruppo di monaci durante l’evacuazione, sfuggono all’incendio che di lì a poco distruggerà il monastero. Purtroppo, alla morte di Pietro (919), un monaco usurpatore di nome Ildebrando non esita a saccheggiare i codici così fortunosamente salvati dal predecessore.
Nel X secolo, col ritorno a Farfa, i monaci cominciarono a ricomporre la biblioteca nella sua sede, riuscendo anche a recuperare molti dei manoscritti trafugati o dispersi.Ma la vera rinascita si ebbe con l'abate Ugo I, che arricchì la biblioteca di molte sue opere e diede notevole impulso all’attività dello scriptorium, con la quale furono prodotti, nella scrittura nota come romanesca farfense, la maggior parte dei codici giunti fino a noi.
Da un elenco di libri che venivano dati in lettura ai monaci risulta che nell'XI secolo la biblioteca era costituita, oltre che da opere di carattere religioso, anche da testi di argomento storico, e che tutti gli autori più conosciuti nell'alto medioevo vi erano rappresentati, oltre a molti poco conosciuti o addirittura ignoti.
Con il passaggio da Abbazia Imperiale a dominio diretto della Curia romana dopo il Concordato di Worms e la conseguente nomina di abati commendatari, nel corso del XII secolo preziosi codici vengono venduti da abati poco scrupolosi, altri vengono sottratti, altri ancora vengono asportati da monaci che si rifugiano presso altri monasteri.
Da quest'epoca e fino agli inizi del ‘900 il patrimonio librario si disperde tra biblioteche pubbliche e privati. Ma nel 1920, grazie all'interessamento del Prof. Camillo Scaccia Scarafoni della Regia Soprintendenza Bibliografica di Roma, furono recuperati circa 6000 volumi, tra cui alcuni di particolare valore, incunaboli, di carattere ascetico-religioso, e cinque edizioni cinquecentine.
Una prima catalogazione sommaria del patrimonio librario, effettuata nel 1943 dall'abate don Basilio Trifone, evidenziò l’esistenza di 10.300 volumi, un centinaio di riviste ed una cinquantina di miscellanee.La biblioteca, insieme con altre dieci in Italia, fa ora parte della speciale categoria di Biblioteche annesse ai Monumenti Nazionali. L'inaugurazione ufficiale avvenne il 9 febbraio 1964.
La prossima volta che vai in biblioteca e trovi un testo in latino, segnalacelo.
Potrebbe essere un’altra “storia” inedita da “salvare”!
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