di Valeria Sorge
Vasco Ronchi, nel suo importante studio del 1983 dedicato alla storia dell’ottica, presenta in tal modo il campo concettuale del termine luce che costituisce il filo conduttore dell’intero volume: “Non è privo d’interesse mettere in rilievo che la luce era nata nella visione e che non sarebbe stato possibile altrimenti. Se non ci fosse stata la vista, chi sa se neppure oggi si parlerebbe di luce. Orbene, gli antichi filosofi avevano affrontato lo studio di questo senso e degli stimoli relativi, con criteri affini a quelli con cui avevano studiato gli altri sensi e avevano finito per dividersi in due correnti, che potremmo chiamare una soggettivistica ed una oggettivistica: quasi come una ripercussione dell’eterna lotta tra idealismo e materialismo”. Il termine luce e la relativa analisi storica della teoria della visione, non traducono quindi una riflessione consapevole della sua ricchezza teoretica e della pregnanza gnoseologica e metafisica, quanto piuttosto la surrettizia introduzione di un giudizio fondato sulle grandi conquiste scientifiche del secolo XX, giudizio che prescinde del tutto dall’analisi del problema del rapporto antinomico tra il mondo sensibile ed il mondo reale, problema, come è noto, antichissimo, e che ha sempre costituito un nodo centrale nella storia delle idee, soprattutto quando ci si è imbattuti in discrepanze evidenti e paradossali tra ciò che esiste e ciò che viene percepito. L’obiettivo del presente lavoro è quello appunto di verificare, anche se in misura necessariamente parziale, come alcuni autori del XIV secolo abbiano tematizzato tale rapporto.

A partire dal X secolo, e segnatamente dal pensiero del filosofo arabo Alhazen [nel disegno sopra], alla geometria è stato affidato il compito di affrontare e di risolvere il problema dello scarto tra apparenza visiva e realtà, all'interno di una disciplina specifica: la perspectiva, che fin da quel momento ha avuto il significato di ottica o teoria della visione diretta (distinta dalla cataottrica e dalla diottrica, che si occupano, rispettivamente, della visione riflessa e rifratta). Ma questo problema si porrà con evidenza tutta particolare solo nel Medioevo, a partire dalla metà del secolo XIII, perché è proprio in questo momento che per la prima volta i maestri si propongono di dibattere istituzionalmente sullo statuto epistemologico, sull’oggetto, sui principi, sui metodi, sul fine della perspectiva che riceverà una legittimazione scientifica definitiva soltanto nell’enciclopedia del sapere e nell’insegnamento universitario del basso Medioevo. È fondamentale, da questo punto di vista, chiedersi in quali forme lo sviluppo dell’ottica verrà ad assumere un ruolo fondamentale nello statuto ontologico di quella philosophia naturalis del Trecento che acquista una particolare pregnanza speculativa solo se vista in rapporto al problema della ridefinizione della forma e dei caratteri dell'intera conoscenza. In particolare cercherò di significare brevemente alcune tra le coordinate intellettuali ed epistemologiche secondo cui, con maggiore o minore consapevolezza teorica, alcuni maestri del Trecento riformulano il problema gnoseologico a partire proprio da una rinnovata concezione del rapporto tra le diverse forme di conoscenza, sia sensibile che intellettiva, dovuta al progressivo rilievo acquisito dalla occamiana notitia intuitiva, e quindi all'acquisizione di un nuovo criterio di certezza.
Per poter quindi cogliere fasi e modalità dei rapporti che si vengono ad istituire in questo momento storico, conviene partire proprio da questo rinnovamento dello sguardo, come l’ho significativamente chiamato nel titolo del mio contributo, che ha luogo a partire da una nuova e certa corrispondenza tra intuizione e percezione sensibile; corrispondenza legittimata dall’analisi, appunto, di quel senso che più di ogni altro certifica l'esistenza della realtà materiale, cioè la vista che consente per l'appunto di conoscere l'oggetto nel suo essere esistenziale ed attuale e in modo certo ed indiscutibile.

In tale direzione d’indagine certamente la filosofia di Guglielmo di Occam [nel dipinto sopra] e la corrente del nominalismo da lui iniziata rappresentavano le matrici del pensiero filosofico moderno nel senso che sarebbe venuta a delinearsi con essi una diversa modalità e una diversa finalità del conoscere; le questioni relative alla natura dell’essere in quanto essere, le discussioni intorno alla forma e alla sostanza diventano problemi puramente verbali. È proprio la metafisica come scienza dell’essere in quanto tale a perdere rapidamente terreno. Ciò verso cui viene orientato il sapere, la conoscenza o la scienza, non è più l’essenza delle cose, ma i segni, i simboli con cui si designano e si manifestano gli oggetti così come essi si danno secondo le condizioni della nostra esperienza conoscitiva, offrendosi appunto innanzitutto ad uno sguardo rinnovato.
Certamente, se da questo punto di vista, la tematica relativa alla continuità tra ottica, teoria della conoscenza e metafisica è stata spesso sottolineata dagli storici della filosofia seicentesca, non lo è stata analogamente dagli storici del pensiero medievale; non si è insistito abbastanza sul fatto che è appunto la vista a rendere possibile, e in modo eminente rispetto agli altri sensi, quella conoscenza dei fenomeni che è finalizzata alla sopravvivenza; in tale prospettiva, proprio quelle teorie della percezione, e soprattutto della percezione visiva elaborate da alcuni importanti maestri del basso Medioevo, ci consentiranno non solo di esaminare i rapporti tra fisiologia e psicologia, di indagare le connessioni tra teorie della conoscenza e metafisiche, ma di aprire anche scorci interessanti su categorie come quelle di ‘scetticismo’, fenomenismo, sensismo ed empirismo, la cui inevitabile ampiezza non può certamente diminuirne il fascino e le attrattive teoretiche.
Venendo ora al tema di cui mi sto occupando, è opportuno ricordare innanzitutto che, com’è noto, la prospettiva medievale non è nata nel XIV secolo ma nel XIII. Pertanto lo studio dei problemi così come si sono configurati nel XIV secolo, presuppone la riflessione filosofica anteriore sull’argomento di Grossatesta in particolare, di Bacone, di Vitellione e di scrittori arabi come Alkindi e Alhazen conosciuti negli ambienti latini tra XII e XIII secolo : autori tutti che hanno contribuito in modo originale allo sviluppo di tali discussioni.
È con Roberto Grossatesta innanzitutto che, nel XIII secolo, la prospettiva si autolegittima speculativamente con la vera e propria dignità di scienza. L’opera di Grossatesta, com’è noto, si snoda lungo il filo di un sostanziale rapporto con la metafisica e con la teologia, poiché sviluppa i percorsi neoplatonici ed agostiniani di quella metafisica della luce, scientia scientiarum in cui la luce stessa si pone come la prima forma corporea, infusa da Dio nella materia prima; sia l’una che l’altra rappresentano unicamente entità semplici sine situ et magnitudine laddove la luce costituisce per l’appunto la base dell’estensione tridimensionale e il principio fisico del movimento: la geometria della luce, viene quindi a coincidere con l’intera scienza della natura e la cosmogonia del De luce assume quasi tratti di una summa platonizzante, che riveste quasi i caratteri di quella biblica della Genesi come di quelli della cosmologia aristotelica del De coelo. Come egli stesso scrive infatti in apertura del suo trattato sull’arcobaleno, se è dei fisici apprendere il quid delle cose è proprio dei perspectivi invece indagare il propter quid, vale a dire il perché, la ragion d’essere della natura, senza fermarsi, come la fisica, al loro quid : e tale quid, o forma, ovverosia ciò che, in quanto essenza, rappresenta il principio comune a tutti gli esseri naturali, è appunto la luce. Proprio perché in tal modo rende possibile la costruzione di una scienza modellata sugli aristotelici Analitici posteriori (per il quale si conosce solo per la causa sostanziale) e in quanto l’essere di tutti gli enti, sia celesti che terrestri, sia spirituali che materiali possiede le caratteristiche e l’essenza della luce, la tematica della diffusione della luce costruita dal Grossatesta ce la rappresenta come una vera e propria scienza della natura creata, o come una spiegazione causale della generazione delle forme: abbiamo così quella fusione delle dottrine neoplatoniche della luce con l’ideale della scienza dimostrativa aristotelica per cui la cosmogonia del De luce verrà a fondarsi su originali proposizioni matematiche rapportate agli infiniti relativi che ne hanno legittimato interpretazioni in un certo qual modo scientifiche che considerano l’universo grossatestiano facente capo a un Dio che è insieme Padre della luce e matematico, molto vicino, in certo qual modo al monarca costituzionale teorizzato da Cartesio, Hobbes e Newton, che regge il mondo servendosi delle stesse leggi che vi ha posto. Così Dio rappresenta la fonte della luce spirituale e le idee eterne presenti nella sua mente, o principia essendi, rifulgono in tal modo all’intelletto umano in quanto, rappresentano, insieme, i principia cognoscendi: nella dottrina dell’illuminazione divina elaborata dal Grossatesta, la conoscenza viene ottenuta dall’intelligentia, la facoltà più alta dell’anima razionale, e un’irradiazione dalla luce creata. Analogamente il sole, immagine fisica di Dio, rappresenta la fonte della luce corporea e rende possibile la visione delle cose ab oculo corporali e l’ampiezza dell’angolo visuale formato dalla piramide radiosa sarà in grado di spiegare le percezioni di distanza, grandezza e posizione degli oggetti. Ma certamente non è per il suo tentativo di render conto dell’origine del mondo creato e della causalità delle cose terrene sulla base dello schema esplicativo della luce che ci sembra originale il pensiero di Grossatesta, quanto per l’aver egli applicato le nozioni di ottica geometria all’incoazione delle forme sostanziali.

Sarà proprio a partire dalle opere di Grossatesta e dalla scientia experimentalis di Ruggero Bacone [nell'immagine sopra], sulla rilevanza della cui opera prospettica non è qui il caso di soffermarci se non per brevi cenni, che l’analogia tra visione corporea e visione spirituale diventa esplicita e insistente: l’occhio del corpo, considerato come un vero e proprio strumento divino è strettamente connesso all’occhio della mente, mentre l’anima è definita pupilla spiritualis. Riferendosi al celebre passo di Paolo (Videmus nunc per speculum in aenigmate, sed in gloria a facie ad faciem), Bacone attribuirà la visione diretta a Dio e all’ anima dopo la risurrezione, la visione rifratta agli angeli e all’anima dell’uomo post mortem, ma prima della resurrezione, e la visione riflessa alla creatura umana nella sua vita terrena.
Ma è in particolare il nuovo uso da parte di Bacone di un concetto chiave nella storia dell’ottica, quello di specie, intesa tradizionalmente come similitudine dell’oggetto, che costituisce un importante passo in avanti nel percorso della perspectiva: la risoluzione dell’oggetto visibile in sorgenti luminose puntiformi. L’oggetto, in ogni suo punto, emette specie radiose, quasi si trattasse di una stella e in tal modo i raggi tridimensionali si urtano, le specie materiali si mescolano nel mezzo, garantendo però una visione non confusa, poiché l’occhio percepisce solo quei raggi che gli giungono perpendicolari. La piramide formata da questi raggi rappresenta l’euclideo cono visivo, quella “piramide rotonda”, nella cui definizione rientra ogni sorta di piramide.
Tra la fine del XIII secolo e gli inizi del XIV si ha quell’importante svolta nella storia della prospettiva per cui la trattazione dei problemi ottici viene ad abbracciare non solo il campo della scienza della natura considerata nella sua struttura luminosa, ma anche quello della conoscenza sensibile. La teoria della visione di Alhazen già divulgata in compendio da Peckham la cui perspectiva venne qualificata come communis a partire dal XIV secolo, sarà letta nelle università fino al XVI e, d’altro canto, anche per l’influenza della scienza sperimentale di Bacone, le compilazioni ottiche, unitamente alle opere dei perspectivi arabi e latini potranno offrire una serie di concezioni utili per spiegare il mondo degli accadimenti naturali e per svolgere una teoria gnoseologica che ricerca il fondamento sensibile della certezza del sapere dell’uomo. Le posizioni più originali e autorevoli in rapporto all’inserzione dell’ottica nel corpo del sapere della tarda scolastica, e che cercherò qui di riassumere brevemente, non potevano che essere formulate da quegli stessi autori che, con le loro opere, avviano il processo di istituzionalizzazione di tale disciplina nella cultura universitaria : Giovanni Buridano, Nicola d’Oresme, Biagio Pelacani da Parma.
Per quanto riguarda Buridano, maestro a Parigi nella prima metà del XIV secolo, il suo particolare interesse per i temi della prospettiva si mostra ampiamente nei suoi scritti logici e scientifici in cui egli svolge quelle tematiche ottiche relative al funzionamento dell’occhio, alla costituzione della specie visiva, alla natura del colore, tematiche d’altronde strettamente connesse alla posizione di rilievo che occupa la percezione sensibile, vale a dire la sensazione visiva, nell’intero percorso gnoseologico. È in particolare nel De anima che si rende necessario spiegare la genesi psicologica dell’universale o concetto generale, a partire dalla priorità gnoseologica del concetto singolare rispetto all’universale; e pur non parlando mai di cognitio intuitiva, Buridano sottolinea comunque, e ripetutamente, il fondamento visivo e sperimentale dei termini universali. In uno dei primi libri del commento alla Physica, scrive infatti che la scienza rappresenta sempre un ragionamento dimostrativo costituto da premesse, conclusioni, termini e res significate da quegli stessi termini. Buridano definisce quindi i quattro modi fondamentali di fare scienza, che si risolvono però tutti nel quarto, quello che si fonda negli enti cose singolari percepiti sensibilmente. Da questo punto di vista resta agevole cogliere il rilievo che hanno per il nostro maestro le tematiche relative alla sensazione visiva, i problemi ottici della luce e della sua propagazione nel medio, e del colore. In particolare la luce non rappresenta più per lui una forma sostanziale, come per Roberto Grossatesta, ma riveste semplicemente i caratteri di una qualità visibile ben diversa, però, dal colore. Si verifica spesso, tuttavia, che luce e colore stiano insieme uniti nei corpi, e questo sarebbe, ad esempio, il caso del carbone acceso : di qui l’incertezza dei filosofi e le loro difficoltà nell’indicare la differenza tra la luce ed il colore. Tutto ciò non esime Buridano dal fornire una definizione adeguata del colore che rappresenta una qualità reale dei corpi che, possedendo l’essere reale e fisso nel corpo colorato, è privo, di conseguenza, di qualsivoglia essere spirituale. Senza entrare nel merito della complessa teoria dell’essere reale ed intenzionale da lui formulata, basti sottolineare che l’atteggiamento filosofico di Buridano è quello di chi si muove in un campo d’indagine in cui il rispetto per la ragione naturale è il canone metodologico fondamentale che deve porsi alla base degli scritti di fisica, di astronomia e di perspectiva.

La teoria prospettica del grande maestro parigino Nicola d’Oresme [nell'immagine sopra]conosce uno sviluppo per certi versi molto simile all’opera di Buridano; egli infatti, impegnato ad elaborare una nuova teoria dei cieli e a studiarne i moti, considera la perspectiva come la scienza che può offrire gli strumenti per combattere ogni tipo di astrologia superstiziosa e che può essere configurata, invece, come una scienza razionale utile all’uomo a partire da un progetto speculativo molto vasto, espressione di quella strategia “che consisteva nell’indagare la natura iuxta propria principia”. A Oresme, interessa infatti soprattutto la prospettiva astronomica alla quale dedica un trattato a parte, il De visione stellarum : in esso, sottolineando ripetutamente la nobiltà e il fine ultimo dell’astrologia naturale o razionale, ribadisce con forza che l’opera della natura ha fatto sì che l’uomo potesse alzare il volto verso il cielo per poter guardare alle cose più nobili e più elevate. È d’obbligo a questo punto per Oresme, evidentemente, il riferimento al Timeo: Platone, allo scopo di render conto del perché la vista sia propria degli occhi e del perché Dio abbia fatto il cielo, spiega che l’uomo stesso, mediante gli occhi, può volgersi verso il cielo e differenziarsi così dai bruti, incapaci di tale percorso di conoscenza. Il trattato oresmiano analizzerà quindi innanzitutto gli inganni (deceptiones) della vista in rapporto al luogo preciso in cui sono collocate le stelle e i corpi celesti e cercherà, poi, un metodo per evitare tali inganni, un metodo fondato da un lato sull’esperienza e, dall’altro sul ragionamento matematico dal momento che sempre, nell’esperienza, esiste un mutuo e corrispondente accordo tra sensi e ragione: “Est igitur experientia veraciter quod ratio concordat sensui et sensus non obviat rationi”. In tal modo la prospettiva viene ad acquisire i caratteri di una scienza astronomico-fisica, che si serve degli stessi percorsi logici della matematica e si rende possibile così la spiegazione ottico-geometrica di alcune espressioni di illusione ottica, come quella della deformazione della moneta posta nel fondo di un vaso pieno d’acqua, o quello del bastone tagliato, o quello della forza comburente della luce ; si tratta infatti delle stesse regole che possono essere applicate alle apparenze dei luoghi degli astri poiché i corpi celesti emanano raggi che subiscono deviazioni di varia natura, determinate in modo particolare dalla variabilità delle condizioni dell’atmosfera e dei vari luoghi che essi attraversano. La stessa irregolarità dei moti celesti che di per sé sono immutabili, eterni e perfetti, è pura apparenza perché si spiega anch’essa in base alle leggi di deviazione dei raggi luminosi che attraversano mezzi fisici diversamente densi. In tal modo tutti i fenomeni luminosi ricevono un’adeguata spiegazione a partire dalle leggi della prospettiva geometrica e perdono di conseguenza ogni carattere occulto, magico ed irrazionale.
La prospettiva medievale si è ormai avviata così a diventare quella scienza matematico-fisica che trova la sua piena legittimazione nell’opera del terzo autore che vorremmo brevemente considerare, quel Biagio Pelacani da Parma filosofo, matematico, scienziato e astrologo, operante tra Pavia, Bologna, Padova e Firenze dal 1374 al 1416, le cui dottrine più rilevanti devono essere considerate quelle professate nella sua carriera di docente a Bologna tra il 1379 ed il 1382 “in medicina et artibus pro lectura philosophiae et astrologiae”.
L'aspirazione più viva che feconda le Questiones perspectivae del Pelacani e che l'impostazione dell'ottica di Alhazen gli permetteva di realizzare, è riposta nell’aver egli sottolineato il principio della certezza sensibile che va collegato al rilievo centrale da lui attribuito alle operazioni delle attività sensitive interiori dell'anima, cioè la memoria, la cognitiva, l' aestimativa, e alla stringente dimostrazione che l'errore è legato alle operazioni della ragione “quia componere vel dividere est operatio virtutis interioris”. Secondo tale prospettiva, e proprio a partire dalle modalità stesse con cui è possibile considerare la visione sensibile che è in grado di cogliere, mediante operazioni di confronto e di distinzione dei dati dell'esperienza, quelle forme considerate come proprietà quantitative e qualitative delle cose, Pelacani intendeva non solo inserirsi consapevolmente nel complesso dibattito sulla natura della conoscenza tra XIII e XIV secolo, ma anche condurre la phylosophia naturalis al privilegiamento della percezione visiva come strumento essenziale dell'anima umana nell'apprensione del reale: l'anima razionale, di conseguenza, si trasforma, nelle Quaestiones perspectivae, in una totale anima visiva. In tal modo, tutta l'opera di Biagio appare guidata quindi dal profondo convincimento di poter costruire un modello scientifico in cui le varie forme di sapere possano disporsi intorno ad un nucleo centrale, vale a dire la matematizzazione della realtà fisica delle scienze, dall'ottica alla geometria. È infatti sul versante teorico dell'ottica che egli concentra la propria attenzione, rifiutandosi di concepire la sensazione visiva come uno strumento inferiore della conoscenza, dal momento che le leggi dell'ottica geometrica sono atte a legittimare la constatazione che la vista, intesa sia come aspectus che come intuitio, può renderci comprensibili le cose stesse nel loro essere e nel loro agire. Forse in misura maggiore rispetto allo stesso Alhazen, Biagio si mostra impegnato ad indicare la profonda relazione che si istituisce tra sensazione visiva e percezione interiore che permette di impostare correttamente l'intera indagine gnoseologica.
In altre parole, la sua teoria della verità della percezione ottica, contribuisce a confermare l'importanza di quelle cosiddette scientiae ingegnorum ( statica, ottica, balistica ecc.) già teorizzate da Alfarabi nel suo De scientiis che non trovavano riscontro nell'enciclopedia delle scienze teoretiche di Aristotele, né nelle arti del Quadrivio di Boezio
Nel corso dell’intero XIV secolo altri importanti maestri, tra cui Enrico di Langenstein, e Domenico da Chivasso, nelle loro questiones perspectivae, commentano e discutono le opere di Alhazen, Witelo, Bacone, Biagio Pelacani, e le rispettive teorie dei raggi e della piramide visiva. La prospettiva, alla fine del Medioevo, ha ormai acquisito quel posto centrale nel curriculum universitario tra le discipline del quadrivio subito dopo l’aritmetica e la geometria che sarà testimoniato dalla figura allegorica scolpita nel 1493 dal Pollaiolo per la tomba bronzea di papa Sisto IV, nella chiesa romana di San Pietro in Vincoli: qui viene rappresentata come l’ottava arte liberale, che regge in mano un libro aperto : la Perspectiva communis di Peckham.
Il Lindberg ha individuato nello sviluppo delle discussioni di prospettiva nel secolo XIV quasi una deviazione rispetto alla strada maestra che porta a Keplero poiché a suo parere, nel tardo Medioevo, occuperebbe un posto di rilievo unicamente quella tradizione aristotelica che era rappresentata, all’università di Parigi, dalla scuola di Buridano. Se certamente possiamo sottoscrivere tale considerazione dal punto di vista di un’evoluzione intrinseca della prospettiva, è necessario d’altra parte attribuire ben altro rilievo anche agli altri percorsi della perspectiva tardo-medievale che confluiranno certamente nell’ampia problematica seicentesca relativa alla natura delle idee: la dichiarata bidimensionalità delle specie nell’occhio: la discussione di origine averroista sulla natura del senso agente o sensazione attiva; la contrapposizione, dovuta a Pietro Aureolo, dell’esse apparens -sinonimo di esse intentionale, iudicatum o esse visum- all’atto cognitivo che lo genera e all’esse reale ; la celebre tesi di Occam, con il suo rifiuto delle species, considerate in precedenza come instrumenta rappresentativi dei sensi e dell'intelletto, possono certamente accostare i dibattiti e i modelli gnoseologici della tarda scolastica ad alcune dottrine seicentesche su cui non è qui il caso di soffermarsi : dalla polemica relativa alla natura della mente percipiente al carattere solo apparente di quello che si vede nello spazio, e dello stesso spazio visivo. Quello che ci interessa invece sottolineare è che fin da questo momento, gli elementi di continuità tra la vecchia e nuova prospettiva sono rappresentati da quello strumento, la camera ottica o scatola prospettica, che possiamo certamente considerare una variante pittorica della camera oscura, e che era ben conosciuto dagli ottici e dagli astronomi fin dalla seconda metà del XIII secolo: sarà l’Alberti che, nel De pictura, per dipingere un frammento di mondo “così com’è”, proporrà di guardare attraverso il foro praticato su una delle facce di una scatola chiusa. Quel foro corrisponde al punto di fuga, all’occhio-vertice della piramide radiosa medievale : è il ricettacolo delle specie geometriche.
Nello stesso tempo una nuova maniera di concepire lo spazio circola tra gli artisti, in particolare i pittori, ed esprime l’esigenza di passare dallo studio tradizionale dell’ottica ad indagini prospettiche che consentano di realizzare tecniche capaci di servire al pittore. Il passaggio dallo studio della perspectiva communis, ossia dell’ottica, che aveva avuto i suoi monumenti medievali nei grandi trattati di Alhazen e di Vitellione, alla perspectiva pingendi, ossia allo studio delle tecniche necessarie per rendere lo spazio a tre dimensioni su un piano è molto importante. Lungo quasi tre secoli si viene ridiscutendo e ripensando il rapporto tra l’occhio e le cose, tra l’individuo e il mondo oggettivo. Dal trattato sulla perspectiva di Piero della Francesca, fino al Dürer, si ripensa sempre più problematicamente, il nesso occhio-luce-cosa. Se infatti da un lato la prospettiva permette ai corpi di dispiegarsi plasticamente nello spazio, creando in tal modo un totale allontanamento dell’uomo dagli enti, dall’altro invece, riporta le cose nell’occhio dell’individuo e dall’individuo stesso fa dipendere i fenomeni. Sono ancora estremamente valide, a tal proposito, le affermazioni del Panofsky a parere del quale la storia della prospettiva potrebbe essere concepita da un lato come un trionfo di quel senso di realtà che allontana e rende il mondo “oggetto”, ma anche, dall’altro, come un vero e proprio trionfo della volontà dell’uomo che tende ad annullare ogni distanza: sia quindi come un consolidamento e una sistematizzazione del mondo esterno, sia come un ampliamento della sfera dell’individuo. E certamente, forse proprio ed innanzitutto nella storia interna della perspectiva è possibile rintracciare importanti progettualità di tipo artistico intrinsecamente connesse a preoccupazioni di tipo tecnico-scientifico, e una mutua corrispondenza fra il tema dell’uomo creatore e quello del suo rapportarsi alla realtà oggettiva.
Nelle spiegazioni della percezione sensibile che offrono autori come Biagio Pelacani, Enrico di Langenstein, Domenico da Chivasso, si esprime un elemento comune esplicativo di quella svolta per la quale il percepibile è sottoposto al percepire: il vedere non rappresenta più un mostrarsi dell’aspetto che una cosa presenta, dal momento che, piuttosto, ogni realtà visibile si relaziona in primo luogo e soprattutto alla facoltà di vedere. L’individuo può cogliere quindi l’intera estensione del percepibile solo a partire dall’intera misurazione dell’ambito di sviluppo dei singoli sensi, e, innanzitutto, della vista. Se quindi l’intera conoscenza è ora spiegata unicamente partendo dal fondamento stesso del vedere, resta da interrogarsi sull’essenza stessa del vedere ribadendo innanzitutto che è proprio il senso della vista a poter rappresentare così la totalità delle forme del visibile . Si verifica in tal modo una singolare inversione del rapporto tra immagine e realtà: se infatti, di solito l’immagine è immagine per il fatto che essa è rappresentazione di una realtà che funge da modello e da prototipo, ora invece l’immagine acquista un primato progressivo nei confronti dell’oggetto: l’essenza dell’uomo si pone come l’ambito normativo al quale ci si deve sempre rapportare per rintracciare la misura delle cose e, in tal modo, abbiamo già imboccato la strada che percorrerà il nostro Rinascimento in cui ciò che si esprimerà in ogni opera figurativa sarà prima di tutto, appunto, il vedere stesso.

Si è avuto torto a non insistere abbastanza sul legame profondo tra il dibattito sulla natura della mente percipiente nella tarda Scolastica e gli studi di ottica, di prospettiva così di un Brunelleschi come di un Leon Battista Alberti, o sul significato dell’“invenzione” brunelleschiana della prospettiva, argomento ancora non del tutto scandagliato dalla letteratura critica. In ogni caso la scoperta brunelleschiana della perspectiva, ed il ruolo dominante che in essa viene attribuito all’ottica geometrica, è certamente l’espressione della ricerca di un fundamentum inconcussum che possa spiegare la generazione della realtà mediante le leggi della diffusione della luce per linee, raggi, angoli, sfere e piramidi, come ci spiega Antonio di Tuccio Manetti, anonimo autore, probabilmente, della vita di Filippo Brunelleschi. Ben sappiamo, ormai, allo stato attuale degli studi, che il Manetti si riferiva alle due tavolozze realizzate dal Brunelleschi, sembra, tra il 1403 ed il 1425 con la veduta del Battistero e di Piazza della Signoria in cui già sarebbe abbozzata la regola della perspectiva artificialis o pingendi, tematizzata più avanti, e in modo certamente più consapevole dall’Alberti e da Piero della Francesca. Volendo qui brevemente riassumere le caratteristiche più rilevanti che contraddistinguono la regula di Filippo nelle due tavolette prospettiche, possiamo certamente sottoscrivere ancora la suggestiva tesi del Panofsky per il quale in esse è chiaramente espressa una nuova e consapevole tematizzazione di tipo ottico-geometrico che ha come suo fondamento il concetto di uno spazio vuoto, unitario e omogeneo, vale a dire matematico. In questo stesso quadro teorico si iscrive la teoria secondo cui gli oggetti non possono essere ridotti a forme qualitative colorate da riportare sulle due dimensioni; ancor più, l’individuazione del punto di fuga presuppone la conoscenza della distanza tra quegli oggetti che siano collocati in uno spazio vuoto misurabile.
Proprio ed innanzitutto per questa concezione dello spazio è possibile rispondere affermativamente alla domanda relativa alla possibile influenza sulla formazione del Brunelleschi delle teorie prospettiche precedenti . È infatti solo negli ambienti culturali e scientifici degli artisti fiorentini, o anche al di fuori, che possiamo constatare i mutamenti profondi imposti dalla nuova idea di spazio con la centralità del concetto di forma visiva, geometrica, ridotta ai suoi termini matematici ? Certamente nelle trattazioni prospettiche latine medievali di Grossatesta, Peckham, Bacone, non possono essere rintracciati gli antefatti della prospettiva del Brunelleschi. La nuova svolta imposta all’ottica nel XIV secolo rende ormai impossibile riproporne i temi a partire da quell'ambiguo eclettismo che caratterizzava i primi trattati di perspectiva, eclettismo dovuto alla commistione delle dottrine greche di ottica geometrica con le varie metafisiche elaborate dai filosofi della luce, in ogni caso convergenti, anche se sostanzialmente diverse, nel proporre un'accezione prevalentemente analogica delle immagini luminose. È invece proprio a quella fisica della luce elaborata dagli autori cui prima ho brevemente accennato e ben saldata ad una rappresentazione delle forme come volumi o figure geometriche poste in uno spazio vuoto omogeneo, che si ancora quel rinnovamento dello sguardo espresso dall’universo brunelleschiano: immagini e raggi stellari, figurae visuales e superficies radiosae, qui tutto si risolve in strutture geometriche calcolabili, così come su un altro versante, è dato rilevare anche dal programma attuato dal Ghiberti con il suo volgarizzamento della prospettiva di Alhazen, autore che lo poteva fortemente stimolare in relazione al suo problema delle misure delle forme, della profondità e della distanza delle immagini nella luce. L’opera di erudizione compiuta dal Ghiberti è perfettamente corrispondente a quell’ideale del sapere eclettico, espresso dai curricula dottrinali basso Medioevo che egli esprime come proprio programma di ricerca nel primo libro e che poi sviluppa organicamente nei libri successivi in cui è centrale l’esigenza di diffondere dottrine che egli riteneva importanti per la teoria del disegno, ossia quell’arte dei profili che si proiettano sul quadro rispetto al sole. Ci troviamo così di fronte ad una prima e fondamentale espressione di quella teoria della proporzionalità così importante per l’estetica rinascimentale con la sua valorizzazione della concezione armonica della bellezza.
Per concludere: la schematicità di questa sintesi e la voluta parzialità dell’angolazione che ho scelto, non possono peraltro far dimenticare che siamo appunto alle soglie di una visione non trascendente ma terrestre e immanente delle cose, fondata sull’esaltazione di quell’operazione visuale sensibile che aprirà le porte del nuovo universo rinascimentale condizionandone tutta l’attività intellettuale : alla vista si attribuisce così quel valore del tutto particolare che la rende l’operazione che presuppone tutte le attività spirituali dell’uomo e che ci permette l’esperire di tutti i fenomeni del mondo. Ma è già questa la concezione tipica di Buridano, di Oresme, di Biagio Pelacani e di tutti quegli altri maestri che saranno significativamente presenti nel clima intellettuale del secolo successivo e in quella specie di proemio della prospettiva, tratto da Peckham, che si legge nel Codice Atlantico (203ra) : “la prospettiva... è da essere preposta a tutte le discipline umane nella quale si truova la grazia non tanto della matematica quanto della fisica, ornata co’ fiori dell’una e dell’altra”. Come Leonardo stesso scriverà poi nel Trattato della pittura: “Se tu dirai che ‘l vedere impedisce la fissa e sottile cognitione mentale co’ la quale penetra nelle divine scientie, e tale impedimento condusse un filosofo a privarsi del vedere, a questo risponde, che tal’occhio, come signore de’ sensi, fa suo debito a dare impedimento alli confusi e bugiardi, non scientie, ma discorsi, per li quali sempre con gran gridare e menare de’ mani si disputa...Or non vedi tu, che l’occhio abbraccia la bellezza di tutto il mondo ? Egli è il capo dell’astrologia, egli fa la cosmografia...questo è principe delle matematiche, le sue scientie sono certissime”.

Saggio pubblicato in Giovanni da Ripa e dintorni. Una cultura della complessità: la civiltà del XIV secolo, a cura di M. Cristiani, in "Schola Salernitana", Avagliano Editore, Salerno, Studi e testi, 4, 2001, pp.53-71, e negli Atti del Convegno per la presentazione dell'edizione critica integrale delle "Quaestiones perspectivae" di Biagio Pelacani da Parma (editore Vrin, Parigi).
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